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La poesia

a cura di Maria Antonietta Izzinosa




Eugenio Montale

"Ho sceso" fa parte di "Xenia", una sezione della raccolta "Satura", che comprende la produzione poetica di Montale che va dal '62 al '70.
Xenia consta di ventotto epigrammi tutti dedicati a Drusilla Tanzi, moglie del poeta scomparsa nel 1963.
"Ho sceso" è una lirica di dolore e di rimpianto, di amarezza e di nostalgia.
Il ricordo della moglie che non c'è più lo assale, gli fa rivivere i momenti della loro vita trascorsa insieme.
Quella donna tanto fragile, definita "la Mosca" per i suoi problemi di vista, rivive nel suo ricordo come una figura forte e rassicurante.
Il loro cammino di vita assieme, se pur lungo, è durato poco…"anche così è stato breve il nostro lungo viaggio"; l'ossimoro ( cioè il contrasto tra breve e lungo) esprime tutto il dolore che il poeta sta provando per la morte della moglie, ora che si ritrova solo lungo il sentiero della vita. Capisce che senza di lei nulla ha più senso, si accorge che fra i due quello che aveva più bisogno dell'altro era lui:"…né più mi occorrono le coincidenze, le prenotazioni,/le trappole, gli scorni di chi crede/ che la realtà sia quella che si vede".
Il Poeta è spaesato, si ritrova solo in un mondo di cui ormai non capisce il senso, avverte forte il dolore per l'assenza della donna a cui per tanti anni ha porto il braccio.
Il vuoto lo assale, ogni gradino rappresenta un giorno senza lei, un giorno senza la sua bussola, senza gli occhi che lo guidavano, infatti "…di noi due/le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,/erano le tue".

Eugenio Montalenacque a Genova nel 1896, lì iniziò i suoi studi che per motivi di salute interruppe alla terza classe delle scuole tecniche.
Partecipò alla guerra del '15-'18.
Visse per alcuni anni nella cerchia degli amici di Pietro Gobetti, e presso la casa editrice di quest'ultimo pubblicò Ossi di seppia(1925).
Fu poi a Firenze come direttore del Gabinetto Visseux, ma venne presto licenziato per i suoi atteggiamenti antifascisti.
Nel 1939 pubblicò Le occasioni. Venne poi assunto dal "Corriere della Sera", dove si occupò di articoli letterari e musicali.
Nel 1967 fu nominato senatore a vita e nel 1975 gli venne conferito il premio Nobel.
Fra le sue altre opere ricordiamo Satura e Diario(1971); Quaderni a quattro mani(1977).
Morì a Milano nel 1981.
A differenza di quanto avviene in Ungaretti, in Montale non riscontriamo una frattura ideologica, o formale, tra la produzione dei primi anni e quella successiva. Infatti, caratteristica peculiare della poesia del Nostro, è la fedeltà agli argomenti che compaiono già nella prima raccolta poetica, e che rimangono essenziali anche in quelle successive. La sua poesia, pur essendo contemporanea all'ermetismo, è estranea alle sue forme più radicali. Nel poeta ritroviamo una concezione alquanto angosciosa della vita, la consapevolezza della sconfitta dell'uomo, la coscienza del "mal di vivere".
L'io del Montale è prigioniero di questo credo pessimistico, ma fuori di esso, una sorta di vitalità è rappresentata dalla natura o dagli eventi: il paesaggio ligure, il ricordo della moglie.
Egli pensa che l'uomo abbia creato per sé una serie di illusioni consolatorie che gli impediscono di percepire "l'inganno del mondo come rappresentazione".
È per questo che la sua lirica va oltre i confini personali per cercare una valenza globale.
Il poeta si scaglia contro l'inattualità dell'ottimismo di cui spesso era imbevuta buona parte della tradizione lirica.
La poesia, per Montale, non indica la strada per uscire dal dolore, ma può solo rappresentare la consapevolezza della negatività, della tristezza, delle sconfitte dell'uomo.


Buona lettura
Eugenio Montale


All'indimenticabile zia:
"…in ogni lacrima tu sarai per non dimenticarti mai"

HO SCESO

      
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. 

Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede. 

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.



                           


                      Eugenio Montale



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