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CAPITOLO 14
"KRAUS"
[SEQUENZA
93: FORTUNA]
Quando piove si vorrebbe poter piangere.
La
disperazione ha molti volti, nel lager sono infiniti. Uno di essi è
la pioggia. A novembre il freddo è intenso e la pioggia insistente,
che da dieci giorni infradicia tutto, gli incolla i
"vestiti" bagnati sulla pelle. Allora scopre che c'è
sempre una situazione che fa sentire l'Uomo fortunato: piove ma non
c'è vento, oppure piove, c'è vento ma stasera avrà doppia razione
di zuppa, o ancora piove, c'è vento e la zuppa sarà la stessa ma
ci sono i fili dell'alta tensione contro cui buttarsi o i treni in
manovra da cui farsi stritolare, così la pioggia finirebbe. Un
concetto nuovo di pensare all'essere fortunati.
[SEQUENZA
94: DOMANI MATTINA]
Da stamattina stiamo confitti nella melma...
Lavorare
nella pioggia e nel fango è di per sé estremo e faticoso, se poi
si aggiunge un "numero alto" che ha del dovere una
concezione "civile" (il lavoro nobilita l'uomo e più lo
fai più guadagni quindi mangi) tutto diventa più complicato. Nel
lager l'economia e la parsimonia della fatica e dei gesti sono
quanto mai vitali e i nuovi arrivati, prima lo capiscono, maggiori
saranno le probabilità di restare in vita più a lungo. Ma una
piccola vittoria, nella globale sconfitta del lager, c'è: anche
questo giorno che pareva invincibile è stato abbattuto,
perforato attraverso tutti i suoi minuti. e ora non restano che
le ultime cose della sera prima del sonno che restituirà al domani.
Domani? Quale "domani"? Nel lager il domani è come l'ieri
e l'oggi, il tempo trascorre in un infinito presente, piatto e senza
futuro. Qui è così. Sapete
come si dice "mai" nel gergo del campo? "Morghen fruh",
domani mattina.
[SEQUENZA
95: NIENTE]
Adesso è l'ora di "links, links, links, und links"...
Comunicare
attraverso lingue diverse è di per sé difficile, se poi chi
dovrebbe capire non è predisposto mentalmente a capire, l'impresa
è impossibile. Kraus è candidato alla morte, è impacciato, è maldestro,
è gentile con tutti, non possiede l'astuzia per sopravvivere al
campo, lo si vede dai suoi occhi che conservano ancora l'Uomo Kraus,
e questo non dimenticarsi chi si è stati, prima di ogni altra cosa,
è un ottimo abbrivio verso la camera a gas. Vivere nel lager è un
non-vivere, vegetare, i bisogni sono minimi, tutto è minimo. Allora
assume un senso il gesto di pietà che Primo Levi ha verso il suo
compagno di sventura cui racconta, in difficile tedesco, di un sogno
fatto di casa, cibo, volti amici, perenti. Ciò provoca la
commozione di Kraus, che reagisce con benedizioni e auguri al suo
indirizzo. Ma egli è niente, come nel lager tutto è niente, solo
la fame, il freddo e il fango esistono. Anche il sogno è niente,
inventato di sana pianta per chi è prossimo alla camera a gas.
"Ma eravamo a Napoli?" Ma sì Kraus, ma
sì, a Napoli.
CAPITOLO
15 "DIE DREI LEUTE VOM LABOR"
[SEQUENZA
96: SPECIALISTA]
Quanti mesi sono passati dal nostro ingresso in campo?
Il tempo
cola sempre uguale a sé stesso, il lavoro dei "chimici"
consiste nel trasporto dei sacchi di fenilbeta, una sostanza che si
attacca ai vestiti e alla pelle, facendola desquamare. La
"vita" del campo è scandita dall'arrivo dei convogli
provenienti dai ghetti e dai campi più a oriente, ove il fronte
russo avanza inesorabile. L'attività dei forni crematori è
febbrile. Chi ha compiuto l'oltraggio sull'Uomo ha fretta di
concludere l'opera suprema dell'annientamento: la soluzione finale.
In mezzo a questo abisso della speranza, improvvisa giunge la
notizia che Primo Levi e altri due fortunati sono destinati al laboratorio
per il quale avevano sostenuto l'esame. Dunque entra nel novero
degli specialisti: quelli che hanno le maggiori probabilità di
sopravvivenza nel lager, sia perché lavorano al coperto, sia perché
hanno buone probabilità di procurarsi oggetti utili al mercato
della Borsa. Alberto, come gli altri membri del kommando, si congratula, lui non era nemmeno
in corsa per quel ruolo. Poi è di indole libera e preferisce
combattere, invece che chiudersi in una stanza. La loro amicizia,
unica parentesi di vera umanità fra internati, non verrà mai meno
per questa separazione. Due dei primi segni del nuovo
"status" sono la consegna della biancheria nuova e la
rasatura ogni mercoledì, come se il lager si vergognasse dell'abbruttimento
cui sottopone i suoi schiavi nel momento in cui devono collaborare
coi civili. Oppure gli dà una rassettata, non per loro in sé, ma
per deferenza verso gli ariani con cui devono lavorare. Nella
ripugnante logica del campo di sterminio queste due motivazioni
forse sono entrambe facce della stessa realtà.
[SEQUENZA
97: I RUSSI VERRANNO!]
Siamo entrati in laboratorio timidi...
Il laboratorio, col suo aroma
che ricorda gli anni di università, rappresenta un momento
importante per la vita di Levi. Innanzitutto la temperatura è
gradevole, anzi meravigliosa: 24 gradi. Si è disposti a tutto pur
di restare lì dentro, anche scopare per terra, pulire i vetri,
trasportare le bombole. Inoltre è una fonte di commerci
inesauribile. Ma a questo punto bisogna essere realisti. Qualunque
novellino del campo, in una simile situazione, sarebbe stato indotto
a intravedere una speranza di salvezza. Levi no, è in lager da un
anno e sa fin troppo bene che il domani non esiste (vedi sequenza
94), che basterà una banale distrazione perché torni a spalare il
fango ed accelerare il tempo dell'ingresso nelle camere a gas. Poiché
questo è il vivere del campo di sterminio, prolungare più che si
può, e nelle migliori condizioni fisiche possibili, il tempo che
resta fino alla morte imminente, qualunque ne sia la natura. E poi,
se anche tutto finisse, e arrivassero i russi, che sanno loro di
cosa li aspetta? Cosa potrebbe succedere? Dietro questa domanda vi
sono due verità sconcertanti: la prima concreta: i tedeschi
potrebbero eliminarli tutti, pur di portare a compimento il disegno
infame per cui il lager è nato, e le voci che arrivano in questo
senso dai campi smobilitati a oriente lo confermano[1];
l'altra più atavica, tiene conto del trattamento che tutti i
popoli nella storia hanno riservato al popolo ebreo, e dato il
campionario di nefandezze a cui sono stati sottoposti, non c'è da
stare tranquilli neanche secondo questa ipotesi. I russi verranno? Sì,
i russi verranno!
[SEQUENZA
98: STINKJUDE]
Adesso, ogni mattina, alla divisione delle squadre, il
Kapo chiama prima di tutti gli altri noi tre...
Il lavoro
del laboratorio è un bel lavorare, seduti, al caldo e si è
invidiati dai compagni di prigionia. Si possono attivare proficui
commerci senza tanti rischi, ma quando il livello di dolore si
solleva di uno strato (vedi
sequenza 70, pg. 20), tornano quelli precedenti, oppressi dai più
impellenti. Soddisfatti i bisogni primari, emergono con prepotenza
quelli secondari (vedi nota 26 pg. 26) che qui si chiamano coscienza
di sé, di ciò che si era, e di ciò che si è diventati. Il dolore
della memoria è violento e infido, attende al varco della soglia
del laboratorio, quando ci si potrebbe dimenticare per un attimo
delle privazioni, degli abusi, del dolore, della fame,
dell'umiliazione, il male profondo ritorna. Allora, contro ogni
rischio, contro ogni logica scrive di nascosto ciò che non potrebbe
dire a nessuno. Ad un certo punto, nel ricordo di ciò che era,
scrive una delle frasi più forti di tutto il libro: -non
sono più abbastanza vivo per sapermi sopprimere.- E' vero: per
suicidarsi ci vuole una profonda consapevolezza di sé. Un uomo
svuotato, fiaccato nel fisico e nel morale può solo lasciarsi
vivere o lasciarsi morire, ovvero essere un "salvato" o un
"sommerso". Ad acutizzare il dramma sono le ragazze che
lavorano nel laboratorio: hanno un comportamento frivolo, leggero e
tutt'altro che solidale. Essi si vergognano davanti a loro, sono
sporchi, puzzano di un odore dolciastro, che pervade tutto il campo
e che nasce dalla brodaglia che sono costretti a ingurgitare ogni
giorno da quando sono lì. Le ragazze non perdono occasione per
farglielo notare, e quando si rivolge a una di esse, questa non gli
risponde neppure ma parla, infastidita, al direttore di laboratorio
con parole veloci, fra le quali Levi afferra perfettamente stinkjude (puzzolente ebreo) e si sente stringere le vene nei polsi. Come spiegare a queste leggiadre
gallinelle cos'è il lager, chi era lui prima di entrarvi, cosa sono
le selektje, cosa vuol dire avere fame, cosa vuol dire morire pur
restando vivi?
[1]
Nel campo di Bergen-Belsen
avvenne proprio questo nella primavera del 1945 ove giunsero ciò
che restava degli oltre ventimila deportati di Auschwitz. (Da
una testimonianza di Settimia Spizzichino - vedi nota 14 pg. 11)
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