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CAPITOLO 12 "I FATTI DELL'ESTATE"

 

 

 

[SEQUENZA 86: FUORI DAL TEMPO E DALLO SPAZIO]

 

Durante tutta la primavera erano arrivati trasporti dall'Ungheria;

Il tempo ha un senso per gli uomini liberi, avendo questi energie e programmi ed un futuro da co­struire, ma nel lager no. In quest'inferno di oppressione e di degrado il tempo perde ogni significato. Sul passato è caduto un velo, che riduce le immagini a fatti molto remoti. La memoria è come se fosse stata azzerata dall'ingresso in lager. Il futuro poi semplicemente non esiste, esso è rappresen­tato dal nulla della morte. Giungono le notizie dello sbarco in Normandia, dell'offensiva del fronte russo, del fallito attentato a Hitler ma Normandia, Russia e Berlino sono lontane, l'unico rapporto spaziale che sussiste nel campo è il fango e le baracche, oltre il perimetro del filo spinato non si sup­pone neppure più l'esistenza di un mondo e di un tempo riconducibili all'umano convivere. La scan­sione del tempo è data, più che dall'alternarsi delle stagioni, dall'arrivo di nuovi deportati in gran quantità, al punto che, dopo soli cinque mesi, Primo Levi è già un Häftling anziano e disilluso, che ha imparato di tempo a non offrire alla speranza il benché minimo spazio, per cui le notizie intorno a lui e ai suoi compagni cadono in un vuoto fatto di indifferenza ad ogni tentativo di vedere segni e mi­raggi in ogni evento.

 

 

[SEQUENZA 87: L'INIZIO DELLA FINE]

 

Ma nell'agosto '44 incominciarono i bombardamenti sull'Alta Slesia...

Gli alleati portano la morte dal cielo. Non si tratta di vera e propria morte fisica dei deportati, ma an­che e soprattutto della Buna, il cui programma di produzione della gomma sintetica dato per immi­nente, viene continuamente rinviato fino a non parlarsene più. L'ostinazione teutonica non conosce soste, e ad ogni distruzione fa eseguire le inutili riparazioni. Ma le conseguenze non si fermano qui, vanno oltre e ricadono sul popolo dei dannati, vittime della rabbia di SS e Kapos, che leggono sui loro volti una inconsapevole soddisfazione. La disperazione, di chi ha dominato e ora vede crollare il ca­stello di potenza costruito sul dolore e la sopraffazione, è cieca e colpisce con più durezza. Agli in­ternati è finanche vietato il riparo nei rifugi corazzati, e allora la sola strada che resta agli Häftlinge è quella di restare ammassati, gli uni sugli altri, nelle veste aree incolte della Buna, tremando, assapo­rando il momento di non lavoro e masticando a lungo le cicorie che crescono sul campo. Poi cessa l'allarme e si torna al consueto, disperato lavoro di sempre. Al campo manca la luce, l'acqua, e i bombardamenti fanno sì tremare, ma ormai i deportati non temono la morte, essa è parte di ciò che li circonda, e al nuovo disagio rispondono con indifferenza, non rassegnazione cosciente, ma il tor­pore opaco delle bestie domate con le percosse, a cui non dolgono più le percosse.

 

 

[SEQUENZA 88: LORENZO]

 

In questo mondo scosso ogni giorno più profondamente...

I rapporti fra Häftling e civili erano pericolosi (vedi sequenza 76, pg. 24), ma facevano parte di un gioco inevitabile, sia perché i vantaggi che derivano dagli affari trattati coi civili erano molto conve­nienti, sia perché erano costoro stessi a creare le occasioni di contatto e per le ragioni più svariate, dalla necessità di togliersi di torno gli Häftlinge "interessati" agli avanzi della loro gamella, che gli ri­portavano ben raschiata e lavata, al momento di slancio caritatevole, al piacere di vederli azzuffarsi per un boccone di pane o una patata lanciati loro come a dei cani. Ai loro occhi gli internati si dove­vano pur essere macchiati di una qualche grave colpa per essere ridotti in quello stato. L'immagine che essi davano di sé era di ladri e malfidi, fangosi cenciosi e affamati, e, confondendo l'effetto con la causa, li giudicavano degni della loro abiezione. I rapporti dei deportati coi civili, all'interno del lager venivano gestiti con ostentata discrezione, come relazioni sempre in bilico tra il lecito e l'ille­cito, come trofei su cui stendere un velo di mistero. I più scaltri non ne parlavano affatto, tranne per lievi allusioni appena accennate. Questi contatti erano manifestazione di potere, di organizzazione, di capacità di procurarsi fortuna. Amare e crudeli erano poi le lotte fra disperati per soppiantare un compagno di prigionia nelle sue relazioni coi civili. Non essendovi spazio per la pietà nel campo,  era normale che tutti fossero contro tutti. Primo Levi osserva che nell'abominio del lager, tutti erano vit­time del delirio di grandezza tedesco, dagli Häftlinge per primi, ma anche i Kapos, le stesse SS stolide e violente, i prigionieri comuni, quelli "politici". Tutti accomunati dallo svuota­mento di valori pro­dotto in loro dall'offesa dell'uomo sull'Uomo.

            In questo inferno di non-rapporti umani, straordinaria e improvvisa nasce l'amicizia fra Primo Levi e Lorenzo. Questi è un operaio civile italiano, che si prende cura di procurare un pezzo di pane e gli avanzi del suo rancio ogni giorno, di procurargli una sua maglia piena di toppe e di scrivere una cartolina ai suoi familiari e riceverne risposta. In cambio di tutto questo non chiede nulla, lo fa perché semplicemente ritiene che sia giusto farlo e che il bene non si debba fare per riceverne ricompensa al­cuna. Questo rapporto, per stessa ammissione dell'autore, gli salverà la vita. Forse non sarebbe mai sopravvissuto alla barbarie se non ci fosse stato Lorenzo. Di lui dice: ...Lorenzo era un uomo; la sua umanità era pura e incontaminata, egli era al di fuori di questo mondo di negazione. Grazie a Lo­renzo mi è accaduto di non dimenticare di essere io stesso un uomo.

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 13 "OTTOBRE 1944"

 

 

 

[SEQUENZA 89: INVERNO]

 

Con tutte le  nostre forze abbiamo lottato perché l'inverno non venisse.

Nel vocabolario di noi uomini liberi, il freddo, la fame, la stanchezza, la paura, hanno significati epi­sodici, legati a momenti isolati e definiti. Ma nel lager no. Freddo, fame, stanchezza, dolore, angu­stie, paura, si mescolano in una sensazione unica su cui incombe la certezza della fine imminente. Poiché questo significa l'inverno: dall'ottobre all'aprile, su dieci di noi, sette morranno. Inutili i tentativi di "fermare" l'inverno, tentativi fatti di angoscia per il freddo imminente, di assaporamento dei minuti di calore in più, passati con la pena nel cuore. Con l'inverno le privazioni e gli stenti si moltiplicano, coadiuvati dagli assurdi divieti del lager e dalla cruda ferocia di Kapos, blockaltester ed SS, consci dell'approssimarsi della fine del conflitto a loro sfavore.

 

 

[SEQUENZA 90: SELEKCJA]

 

In quel modo con cui si vede finire una speranza, così stamattina è stato inverno.

Ma questo inverno non porta solo i problemi di tutti gli inverni del lager. Dalla primavera scorsa in­fatti i tedeschi hanno montato due enormi tendoni nello spiazzo del lager, allo scopo di accogliere i "nuovi arrivi" che ora, nella stagione fredda, vanno stipati nelle baracche già affollate. I tedeschi, in queste cose sono molto precisi, e hanno già pensato alla soluzione. La parola "soluzione" nella nostra lingua offre una singolare paronomasia con la parola "selezione", che nel lager diventa tragica ed ha il suono della parola (seleckja), sinonimo di morte, di camere a gas, di fine del "soggiorno nel lager" e uscita attraverso la ciminiera. Nei discorsi il risuonare di questo vocabolo è dapprima impercettibile, poi via via più insistente, fino a diventare ossessivo. I polacchi, che riescono a sapere per primi della cosa, cercano di diffondere il più tardi possibile la notizia, in modo da essere già nei luoghi strategici al riparo della commissione, quando questa farà il giro delle baracche. Comincia così un penoso intrec­cio di verifiche incrociate fra deportati, ognuno mostra al concaptivo il proprio corpo nella speranza di sentirsi rassicurare, e la pietà, finora sconosciuta, lascia scivolare menzogne caritatevoli sul­l'aspetto dell'altro e giudizi severi su di sé. C'è pure chi si illude e parla di Croce Rossa, interventi del Vaticano, Luoghi di convalescenza per deportati (!). Poi suona la campana al pomeriggio di una do­menica semilavorativa e, dato che essa suona solo al mattino, si capisce che l'ora è giunta.

 

 

[SEQUENZA 91: IL SIGNORE DELLA MORTE]

 

Il nostro Blockaltester conosce il suo mestiere.

L'abominio, l'offesa, l'insulto (ma ha ragione Levi quando dice che la nostra lingua manca di termini adeguati ad indicare quanto è stato fatto ad Auschwitz) si compie con una rapidità frenetica, che non dà tempo alla paura e al panico di sopraffare chi da tempo ha la morte sotto gli occhi. Alla fine si ri­trovano tutti nudi nella fureria della baracca, pigiati l'uno contro l'altro con la propria scheda che reca i dati identificativi, matricola, nome, attività, provenienza ecc. Il signore della morte, colui che deci­derà chi dovrà morire prima (in base a questa selezione) e chi dovrà morire dopo (di stenti, incidenti o alle prossime selezioni), ha il volto e la divisa di un sottufficiale delle SS che, al passaggio di corsa di ogni prigioniero, passerà la scheda (ricevuta dall'Häftling) al furiere a sinistra o al blockaltester a destra. A seconda di chi riceve la scheda, è vita o morte[1]. E in breve si arguisce che, essendo il furiere a sinistra a ricevere le schede dei "musulmani" e dei vecchi, è da lì che passa la morte imminente. Naturalmente vi sono sviste, errori clamorosi, tragedie consumate per una distrazione, ma ai nazisti quello che preme è far posto nelle baracche, prima ancora che salvaguardare chi può ancora essere sfruttato.

 

 

[SEQUENZA 92: SILENZIO]

 

Nella nostra baracca la selezione è ormai finita.

L'abominio è compiuto. Inizia la distribuzione del rancio, che per i selezionati è doppia. Zeigler ne è al corrente (come tutti) e aspetta la seconda razione, ma il blockaltester lo caccia e lui si ripresenta, è selezionato e lo sa, e allora anche il Kapo accondiscende. Kuhn prega, ringraziando Dio per averlo preservato dalla morte, Beppo, greco ventenne, attende la morte in silenzio, guardando la lampadina. Lo scempio dell'Uomo appena perpetrato scatena le parole più dure che Levi indirizza alla stolida preghiera del vecchio Kuhn, che non si rende conto che né perdono, né espiazione, nulla mai potrà ri­parare ciò oggi ad Auschwitz è stato fatto. Se io fossi Dio, sputerei a terra la preghiera di Kuhn.



[1] Su questo specifico episodio Primo Levi interverrà in un'intervista con Giuseppe Grieco su "Gente" il 9 dicembre 1983 in cui spiega come ritenne l'intercessione divina in quel momento un fatto "mafioso" e immeritato poiché non credente. Primo Levi: conversazioni e interviste, op. cit., pgg 285-286

 

 


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