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CAPITOLO 10  "ESAME DI CHIMICA"

 

 

 

[SEQUENZA 82: NE PAS CHERCHER A COMPRENDRE]

 

Il Kommando 98, detto Kommando Chimico, avrebbe dovuto essere un reparto di specialisti.

La certezza di essere destinato alla morte, che fino a quel momento ha pervaso l'emisfero cosciente di Primo Levi, si incrina quando si rende necessario "assumere" dei chimici al magazzino del Cloruro di Magnesio. Egli capisce che se diverrà "specialista" si salverà. L'assunzione (se si può definire così) passa per un esame di chimica, cui viene convocato con Alberto (giunto al terzo anno di indirizzo ac­cademico)  e altri quattro "morti viventi". La cosa appare come una burla, anche perché il nuovo kapò non è migliore degli altri (è un triangolo verde: delinquente professionale) e non è certo del li­vello necessario a ricoprire un incarico "scientifico". La sua presentazione fra minacce e bestemmie è condita da gesti inequivocabili: il pugno serrato e il dito indice teso, che fanno un eloquente movi­mento trasversale. Essi sono appena vivi, ormai "dementi" per abbrutimento e devono superare un esame di chimica! Inspiegabile. Ma, del resto, lo sforzo di capire lo hanno abbandonato da un pezzo, e qualcuno lo ha pure scritto sul fondo della propria gamella. Nello stesso momento in cui scrive, Levi stesso è incredulo che tutto questo sia potuto succedere. Eppure non è una burla come potrebbe sembrare, il Kommando si dirige proprio al magazzino del Carburo.

 

 

[SEQUENZA 83: LAUREATI]

 

Passarono tre giorni, tre dei soliti memorabili giorni...

Il tempo, che trascorre lento nel suo approssimarsi e appare veloce al suo congedarsi, cola nel lavoro di sempre con una particolarità, che nel lager assume l'onta della normalità: di quindici sono rimasti in dodici: tre erano scomparsi nel modo consueto di laggiù. I sette "veri" chimici passano l'esame, sei prima e lui nel pomeriggio. Ora Alex, il Kapò, non nutre alcuna speranza nella riuscita della prova di Levi e lo riassetta, guardandolo con disprezzo. Ora il dottor Pannwitz lo riceve,  dopo alcune pa­role con Alex scrive qualcosa e poi alza gli occhi su di lui. Il tempo si ferma, i due si guardano, sono dottori in chimica tutti e due, tutti e due hanno sostenuto esami e studiato le stesse materie, addirit­tura sugli stessi libri, eppure non c'è dialogo, essi si scambiano uno sguardo come attraverso la pa­rete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi. Ma la memoria, creduta persa, si riaffaccia, e Levi ritrova le atmosfere degli esami, ritrova tutte le sue facoltà logiche e le nozioni che i compagni gli invidiavano e, per poco, ritrova la sua dimensione umana di uomo colto e lau­reato. Inutile aspettarsi vantaggi dal buon esito dell'esame, lui non è lì per altro scopo se non quello di essere soppresso, salvo sfruttare qualcosa di utilizzabile che ancora possegga. Lo sguardo del dottor Pannwitz è eloquente e distaccato. E la dimensione del lager ritorna anche nel gesto privo di odio e scherno di Alex che si pulisce una mano, sporca di grasso, sulla sua spalla. "Per lui non è che un cencio ambulante"[1]. Sebbene "Se questo è un uomo" non scade mai nel risentimento , pur com­prensibile, le ultime righe suonano quale duro indice puntato contro Alex, Pannwitz e quanti altri lì e altrove si sono sentiti in diritto, legittimati dall'ordine delle cose, a umiliare e offendere la dignità umana, loro che, per ciò che hanno fatto, la dignità l'hanno perduta per sempre agli occhi degli uo­mini.

 

 

 

CAPITOLO 11 "IL CANTO DI ULISSE"

 

 

 

[SEQUENZA 84: PIKOLO]

 

Eravamo in sei a raschiare e pulire l'interno di una cisterna interrata;

Fra i tanti salvati ecco Jean ragazzo di 24 anni ma, essendo il più giovane del kommando, viene chiamato Pikolo. E' un ruolo quello del Pikolo, fa da segretario, contabile e assistente del Kapo. Questi non tarda a mantenere le sue promesse di ignorante, infido e odioso aguzzino, ma Jean, con fine intelligenza e capacità riesce a "lavorarselo" bene, al punto che una sua parola, detta al momento giusto, possiede grande potere al punto che più di una volta salva i dannati dalla frusta e dalla de­nuncia alle SS. Per questo è benvoluto da tutti e rispettato dal Kommando.

 

 

[SEQUENZA 85: FATTI NON FOSTE A VIVER COME BRUTI]

 

Appeso con una mano alla scala oscillante...

Pikolo porta Primo Levi con sé al ritiro della marmitta del rancio, significa un'ora buona di cammino verso le cucine nel tiepido sole del giugno polacco. Pikolo vorrebbe imparare l'italiano, è stato nel nostro Paese e gli piace. Sul momento a Levi non sovvien altro che il XXVI canto dell'inferno di Dante Alighieri. Ma la memoria ora non l'aiuta, troppo remote quelle parole, quegli studi, quelle im­magini, il lager ha abbruttito tutto. Ma inesorabile si leva il canto poetico, pur fra interruzioni e lace­ranti oblii, e dunque l'elevazione dell'essere umano sulla barbarie si compie.

Considerate la vostra semenza:

Fatti non foste a viver come bruti,

Ma per seguir virtute e conoscenza.

Attraverso queste parole, che paiono scritte apposta per loro, riscoprono la dignità di uomini e, per pochi minuti, ritrovano la loro dimensione umana, scoprendo nel verso poetico l'unico vero conforto per tutti gli uomini oppressi come loro in travaglio. Poi la distribuzione del rancio, il ritorno alla realtà, ma con la consapevolezza che oggi si è fatto un passo avanti, non è morto l'Uomo, è stato brutalizzato, sopito, ma è vivo e lo sarà anche domani, anche se domani dovessero andare nelle ca­mere a gas. Non li hanno piegati, non li hanno schiacciati, ora lo sanno, qualunque cosa accada.

Infin che 'l mar fu sopra noi richiuso.



[1] Come leggere "Se questo è un uomo", op. cit., pg. 58

 

 

 


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