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CAPITOLO 9
"I SOMMERSI E I SALVATI"
[SEQUENZA
78: IL LABORATORIO UMANO]
Questa, di cui abbiamo detto e diremo, è la vita ambigua del lager...
Comincia con
queste parole uno dei momenti più impegnativi del libro.
Impegnativi per il lettore, che deve riflettere con attenzione, e se
necessario rileggere più volte, il capitolo, ma anche per Primo
Levi, che vuole aprire qui una riflessione molto acuta e profonda
non tanto su cosa sia stato il lager, ma su come da esso si sia
usciti vivi. O no. Tanto impegnativo fu questo tema per l'autore,
che "I sommersi e i salvati" fu il titolo del suo ultimo
libro, a dimostrazione di come questo
argomento sia vastissimo al punto che anche "Se questo
è un uomo", in prima stesura, doveva chiamarsi così.
La domanda di partenza è
"forte":-Vale la
pena di lasciare traccia, testimonianza di un evento tragico che ha
coinvolto migliaia di uomini ma ciascuno per un periodo di tempo
breve? La risposta che Primo Levi offre è affermativa. Lo fa
usando il plurale, intendendo così esprimere un parere collettivo,
che nasce cioè, non solo da un'esperienza individuale, intima,
personale, ma da una pluralità di coscienze offese. La
motivazione che offre al lettore è semplice: qualunque
situazione porti l'uomo all'estremo delle sue possibilità, produce
reazioni ed effetti che, nel bene e nel male, devono essere oggetto
di analisi e comprensione. Il lager viene così inquadrato come
un enorme laboratorio, in cui la struttura sociale è portata al di
sotto del livello dei bisogni primari[1]. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non
è la forza bruta e la cattiveria insita nell'animo umano a
prevalere, anzi, la loro stessa endemicità, nella natura umana, è
messa in discussione. Ma il forte disagio e la necessità di
soddisfare le esigenze primarie porta a perdere la percezione
delle esigenze successive che incontriamo nella scala dei bisogni
(vedi nota 26). Viene a crearsi una divisione in due categorie:
coloro che tendono a soccombere e coloro che hanno le capacità di
sopravvivere. La distinzione fra questi due gruppi sociali è
sufficientemente netta, priva di scale graduate che possano
mediare fra un estremo e l'altro. Nella vita "civile",
questa caratteristica non emerge se non in casi isolati o estremi.
Ciò in primo luogo perché in una società, per quanto primitiva,
l'individuo non è mai solo, ma è immerso in una comunità con cui
è collegato in una rete di interdipendenze e la fortuna o la
sfortuna non sono mai assolute, ed in secondo luogo, perché vi sono
le leggi che tendono a livellare la forza di ciascun elemento al
punto che (testualmente): viene infatti considerato tanto più civile un Paese, quanto più savie
ed efficienti vi sono quelle leggi che impediscono al misero di
essere troppo misero, e al potente di essere troppo potente.
[SEQUENZA
79: I SOMMERSI]
Ma in lager avviene altrimenti...
Nel lager
invece le cose sono all'opposto. Le regole non esistono o sono
assolutamente contraddittorie e nate per portare alla morte. Si è
disperatamente soli, non si può contare su nessuno. Se un Null
Achtzehn (vedi sequenza 46) vacilla, sarà subito calpestato, poiché
è pericoloso ed inutile: carne bruciata. Per cui non vale la pena
perdere tempo con lui. Chi invece avrà l'astuzia di lavorare di
meno e nutrirsi di più, serberà il segreto di come riuscirci e
godrà di grande rispetto e considerazione, dai kapò e dagli altri
Häftlinge. La "legge" del lager pare adottare alla
lettera il detto biblico, relativo a significati opposti riguardanti
il possesso di qualità morali, "a chi ha, sarà dato; a chi
non ha, a quello sarà tolto"; dunque chi è potente, forte,
scaltro riceve il rispetto e le confidenze dei capi, al misero
Muselmann (Levi non ha mai capito perché chiamassero così i deboli
e gli inetti), privo di astuzia non si rivolge nemmeno la parola,
tanto si riceverebbe per risposta una sequela di lamentele e ricordi
che irriterebbero più che suscitare compassione. Dar loro retta
significherebbe perdere tempo, poiché sono già condannati, non
hanno amicizie importanti, né se le procureranno mai. Di essi non
resterà traccia nella memoria di nessuno e non rimarrà che
un pugno di cenere in qualche campo non lontano, e su un registro
un numero di matricola spuntato.
Pochi "numeri piccoli"
restano in vita, dopo anni di lager, e si tratta esclusivamente di
medici, ciabattini, sarti, musicisti, solo coloro che cioè sono
spendibili attraverso un'abilità che li rende necessari o che
avevano prima del campo di sterminio o che se la sono saputa dare
immediatamente dopo. Ma nella fauna dei sopravvissuti entrano anche giovani
attraenti omosessuali, amici di paese di qualche Kapo, i furbi
di sempre, le "carogne" che le SS sanno riconoscere e a
cui affidano i ruoli di capi. Se non si sa organizzare, comandare,
calpestare, si deve soccombere. E ciò è paradossalmente facile:
basta seguire il groviglio di regolamenti con estrema attenzione,
accontentarsi del pasto, lavorare con impegno e diligenza e, dopo
non più di tre mesi, si varca la soglia della camera a gas. I
Musselmanner vivono poco, il loro numero è inversamente
proporzionale al numero di mesi che trascorrono nel lager. Essi sono
la morte e l'immagine che lasciano è la summa del male del nostro
tempo. Scrive infatti Primo Levi: ..
se potessi racchiudere in una immagine tutto il male del nostro
tempo, sceglierei questa immagine, che mi è familiare: un uomo
scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei
cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero.
[SEQUENZA
80: I SALVATI]
Se i sommersi non hanno storia, e una sola e ampia è la via della
perdizione, le vie della salvazione sono invece molte, aspre ed
impensate.
-"Non possono entrare
dentro di noi" aveva detto lei, e lui le aveva dato ragione, ma
di fronte al supplizio estremo, nell'attimo della disperazione, gridò
che lo riservassero a lei e non a sé. Erano dunque entrati dentro
di loro[2].-
Questo sommario riassunto di un episodio significativo di 1984 (il
celebre romanzo di George Orwell) ci permette di capire meglio come
nel lager potessero venire meno i legami solidali fra concaptivi. Il
rapporto di schiavitù nel lager è tale che, appena ad alcuni di
essi venga offerto un ruolo di potere, legato alla possibilità di
sopravvivere, si trova chi accetterà. Costui, pur di non apparire
inadeguato al ruolo assegnatogli, sarà tanto più odioso quanto
elevato sarà il potere affidatogli. E' una regola consueta anche
fra gli uomini liberi, ma qui, nel campo di sterminio si esprime in
tutta la sua feroce crudezza. Questa violenza è resa ancor più
aspra dal fatto che al ruolo di Kapo approdavano i criminali comuni
non ebrei. Per cui per un blockaltester ebreo i rischi di perdere il
ruolo (che significava sopravvivenza) erano maggiori e le
conseguenze letali. Ma Levi si sofferma ulteriormente su questa
violenza, aggiunge che, sovente, era la necessità di scaricare le
ingiustizie subite dai propri superiori a scatenare la rabbia verso
i propri sottoposti. Sui criminali comuni ariani, inviati ad
Auschwitz col preciso scopo di "gestire" la popolazione
ebraica, l'autore ritiene che la scelta venisse condotta con
"scrupolo" omicida, perché
ci rifiutiamo di credere che gli squallidi esemplari umani che noi
vedemmo all'opera rappresentino un campione medio, non che dei
tedeschi in genere, anche soltanto dei detenuti tedeschi in specie.
I detenuti politici non erano da meno, e questo si spiega col fatto
che i veri detenuti politici erano altrove, e ben altro destino era
loro riservato. Quelli di Auschwitz erano detenuti politici i cui
atti riguardavano il traffico
clandestino, rapporti illeciti con ebree, furti a danno
del Partito. Infine, per sopravvivere, vi è anche chi,
non possedendo le "doti" dei salvati, si muove secondo
linee sconosciute finanche a sé stesso, ma che sono disegnate nel
proprio istinto e che lo portano ad affinare ogni astuzia, indurare la pazienza, tendere la volontà. Oppure trasformarsi in
bruti e muoversi allo scontro del tutti contro tutti, senza pietà
alcuna, esprimendo in tal modo il massimo scopo dell'abominio del
lager: la distruzione dell'Uomo attraverso la sua brutalizzazione
e riduzione al rango animale, ove regna la regola unica, aulica
del solo istinto. Sopravvivere nel campo di sterminio e mantenere i
propri valori morali è successo solo a chi era in possesso o di
grande fortuna, o di virtù e doti di santo.
[SEQUENZA
81: KOMBINACJE]
Schepschel vive in lager da quattro anni.
L'analisi
umana prosegue attraverso alcune storie che sono altrettanti
percorsi (fra gli innumerevoli) verso la salvazione. Passano
attraverso piccoli e grandi espedienti chiamati appunto kombinacje
ed inducono ora alla simpatia, ora all'esecrazione per l'azione dei
protagonisti. Ma non bisogna dimenticare che, proprio perché
universo estremo, il lager non può essere "letto" col
metro di giudizio di chi non vi è stato personalmente coinvolto. Di
fronte alla grandezza del suo abominio si ha il dovere di restare
silenziosi osservatori, con l'unico scopo di impedire che l'orrore
si ripeta. La storia di Shepschel è appunto quella di un uomo che,
attraverso gli espedienti sopravvive da 4 anni nel lager, produce
bretelle intrecciando fili elettrici, balla e canta, in cambio di
razioni di pane e avanzi di zuppa. Ma non esita a far fustigare il
suo compagno di furto alle cucine pur di ottenere (senza riuscirvi)
un posto di lavatore di marmitte.
L'ingegner Alfred L. trovò invece
un'altra kombinacje: attraverso una storia di privazioni autoimpostesi
aveva escogitato il modo di apparire un prominente già dai primi
giorni di lager, mostrando un aspetto rispettabile impose il
rispetto dagli altri, Kapo e compagni. Rispettoso con tutti, parendo
un autentico salvato, ottenne, al momento giusto, il ruolo di
capotecnico alla fabbrica chimica ove acquisì anche il ruolo di
selettore degli altri componenti il gruppo, preoccupandosi di
prevenire potenziali concorrenti.
La vicenda di Elias è
diametralmente opposta: è un uomo piccolo, forzuto, dal cranio
grosso e l'attaccatura dei capelli un dito sopra le sopracciglia, è
una furia umana, animale, urla, bestemmia, parla come se fosse di
fronte ad una platea che inevitabilmente gli si forma intorno,
diverte ed è rispettato. Il lager non lo ha piegato. Abile
lavoratore, forte, violento e deciso, viene sollevato dal lavoro e
destinato alla sovrintendenza del lavoro altrui. Non perde occasione
per rubare, e farlo bene, solo quando l'opportunità è sicura e non
porta rischi. Si può dire che, per quanto la parola abbia senso in
questo luogo, Elias è, a suo modo, felice. Egli è l'unico tipo di
umano che può sopravvivere bene nel lager, fuori di esso, fra gli
uomini liberi, in una società strutturata egli sarebbe relegato in
prigione o in manicomio, ma nel lager non esistono leggi morali cui
contravvenire, per cui non si può essere criminali, e nemmeno si può
essere pazzi, poiché ogni azione ha una sua precisa logica
finalizzata alla sopravvivenza. Qui il campo di sterminio si
trasforma in "mondo alla rovescia". Ove la bassezza è
regola, ove l'abiezione è norma e l'Essere non è.
Il caso di Henry è ancora diverso
e va ancora oltre i limiti fin qui visti. Il calcolo di questo ragazzo
che parla correntemente quattro lingue, ha una vasta cultura ed ha
saputo conservare un fisico ancora accettabile, passa attraverso
l'abile uso dei sentimenti umani, primo fra tutti la pietà. Sa bene
che essa alberga anche nei kapò più spietati, e ne fa sapiente
uso. Con i prigionieri inglesi (autentiche miniere d'oro per gli
internati) è abilissimo e ottiene molto. Fra i prominenti e i
Blockalteste ha amicizie molto influenti che gli fanno superare le
"selezioni" senza problemi. Parlare con lui sembra utile e
lo è, ma lascia un senso di sconfitta, come di essere stati usati
da lui. Henry si è salvato, ma la curiosità di sapere come se la
cavi ora che è rientrato nel consorzio civile non è sufficiente a
farne desiderare l'incontro.
In definitiva ciò che emerge da
questo capitolo profondo e pregnante è la dimostrazione che l'Uomo
è un animale estremamente adattabile, e questa adattabilità è
dolorosa, ma possibile: Schepschel, Alfred L., Elias e Henry si sono
salvati, ma il prezzo è stato alto, è passato per azioni abiette,
per il compromettente abbandono di regole morali. Ciò che duole è
come abbiano costoro e tutti gli altri salvati
recuperato il loro ruolo di uomini di fronte a se stessi una volta
tornati a casa, quali turbe, quali colpe abbiano sentito dentro.
Altri come loro, e Primo Levi fra questi, sono sempre stati
tormentati dall'atroce domanda "perché io?", che
presuppone il terribile dubbio di essersi salvati al posto di altri.
Molti suicidi, fra cui quello dell'autore, hanno costellato le
storie dei reduci come strappati al mondo da una immonda mano,
spuntata dall'inferno del lager che, fuori dal tempo, li abbia
restituiti a quel destino che la bestia nazista aveva deciso per
loro.
[1]
Lo psicologo statunitense Abrahm Maslolw (1908-1970), fondatore
della psicologia umanistica, e autore della teoria della
motivazione 'olistico-dinamica', teorizzò per primo una
classificazione gerarchica delle motivazioni umane,
riconducibile ad una scala alla cui
base giacciono i bisogni fisiologici "primari"
di sicurezza (cibo, calore, tetto, sonno) la cui soddisfazione
costituisce la base per la sopravvivenza dell'individuo. Tutti
gli altri bisogni (detti "secondari") non possono
essere affrontati se prima non sono stati soddisfatti i
precedenti.
[2]
George Orwell, 1984, Milano, Mondadori, 1983, pgg. 194,
315.
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