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CAPITOLO 7 "UNA BUONA GIORNATA"
[SEQUENZA 68: À LA MAISON PAR LA CHEMINÉE]
La persuasione che
la vita di un
uomo ha uno scopo...
Le riflessioni semplici e profonde proseguono: sebbene nella vita degli
uomini liberi si cerchi uno scopo, e questa ricerca sia un
fatto congenito alla natura umana, nel lager l'unico scopo è
semplicemente aspettare la fine del nemico inverno. Con
l'arrivo della primavera, anche il sole, sebbene freddo
e bianco, comincia a scaldare. All'appello gli
ebrei di Salonicco, temuti e rispettati da tutti, cantano le
loro interminabili cantilene, fra loro Felicio, che conosce
Levi, gli grida, raggelante, in francese: l'anno prossimo
tutti a casa, dalla ciminiera[1]. Ed ecco che il sollevarsi delle nebbie, come un sipario, svela i
dintorni: Birkenau e la sua instancabile ciminiera, con
orrore, dove sono state portate le loro donne e i loro bambini
e dove finiranno pure loro, poi con stupore, il campanile del
paese di Auschwitz incomprensibile testimonianza di fede in un
inferno come quello. Infine le grandi foreste
e il prato che senza sole non può essere verde.
[SEQUENZA 69: BUNA]
La Buna no: la Buna
è essenzialmente opaca e grigia.
Nemmeno un chilogrammo di gomma sintetica uscì dagli
stabilimenti della Buna. Come una maledizione che accompagna
i suoi quattro anni di vita, la sua inutilità
e la sua disumana storia fanno giustizia del delirio
di grandezza di chi li ha ridotti ad essere schiavi in una
babele che si materializza nella Torre del Carburo, i cui
mattoni portano i nomi diversi che ogni lingua gli dà e sono
cementati dall'odio. Essa è la morte, il lager è la morte,
nulla può vivere al suo interno, neppure un filo d'erba, non
loro che sono ombre di uomini. Solo le macchine.
[SEQUENZA 70: LA
DRAGA]
Oggi è una buona
giornata
La fame è la costante del lager. Ma il freddo dell'inverno la fa
dimenticare. In una delle continue riflessioni sull'animo
umano Levi osserva che l'uomo agisce lamentandosi di una
difficoltà, ma non si accorge che dietro quella ve n'è
un'altra e un'altra ancora. Come una cipolla, i vari strati
del dolore scompaiono mettendo a nudo quelli successivi. Nel
lager si è al nocciolo, si sviluppano le teorie e le tecniche
di tesaurizzazione del pane, alternandosi fra esigenze estreme
come il bisogno impellente, fisiologico di sfamarsi
(continuo e onnipresente) e la necessità di conservarne una
parte da spendere nel mercato degli scambi interno al lager,
ove la disperazione regna sovrana. Ed ora, con la primavera,
il dolore è la fame, quasi dimenticata nell'inverno. Una fame
che continuerà anche dopo il lager[2]. E di fronte alla draga, il cui movimento pare l'azione di due mascelle
che divorano la terra argillosa, i
pomi d'adamo danzano in su e poi in giù. La debolezza
umana porta allora a fantasticare sui banchetti impossibili o
su quelli sciaguratamente lasciati a metà, scatenando l'ira e
le reazioni violente degli astanti.
[Fra
i tanti cambiamenti che ha prodotto in me questo libro, il più
pressante è un dolore profondo nel sapere o vedere buttare
via del cibo ancora mangiabile, quando prima mi limitavo al
semplice e vile
disprezzo verso chi lo faceva]
[SEQUENZA 71: INFELICI]
Ma non soltanto a
causa del sole oggi è giorno di gioia...
Per quanto incredibile anche nel lager può esservi una buona giornata.
L'abilità di un Häftling, sotto la benevola e
interessata tolleranza del Kapo, ha procurato un bidone di
zuppa da cinquanta litri, forse rifiutata dagli operai
"liberi", perché
sa di
rancido. Vuol dire che per oggi la pancia sarà piena. Dunque
si sarà un po' più sereni, meno litigiosi. La breve
parentesi consente di pensare a ciò che non si pensa mai:
madri, mogli, casa. Si manifesta così l'altra caratteristica
del lager che, oltre ad essere mondo alla rovescia ed
estremizzazione del mondo, è un mondo inferiore in cui il
peggio degli uomini liberi è il meglio per loro. Per un po'
si potrà essere infelici alla maniera degli uomini liberi.
CAPITOLO 8 "AL DI QUA DEL BENE E DEL MALE"
[SEQUENZA 72: IL
CAMBIO]
Avevamo una incorreggibile tendenza a vedere in ogni
avvenimento un simbolo e un segno.
La morte e
la speranza, i due estremi fra i quali sta sospeso
l'internato, si accompagnano ad ogni evento imperscrutabile
della vita del lager, anche quando è dettato dal caso o da
eventi privi di alcun significato. Così il ritardo del cambio
della biancheria fa pensare ai pessimisti che sia prossima la
liquidazione del campo, mentre gli ottimisti ritengono
che il disguido sia dovuto all'avanzare del fronte, foriero di
libertà. In barba ad ogni valutazione il cambio giunge
improvviso e contemporaneo in tutte le baracche. Lo scopo di
questa estemporaneità risiede nel fatto che, al momento del
cambio, le camicie vengono "mutilate" dai
deportati allo scopo di ricavarne pezze da piedi e fazzoletti.
Non si tratta però, come potrebbe sembrare, di lavaggio ma di
semplice disinfezione a vapore seguita da redistribuzione.
Inutile sprecare acqua e sapone per chi è destinato comunque
alla morte presto o tardi. E poi, lavare significa consumare
la stoffa, restringerla, quindi sostituirla con nuovi
"capi". Ma essendo il lager luogo di sfruttamento
assoluto dell'uomo sull'Uomo, questa cura appare solo come un
inutile spreco.
[SEQUENZA 73: LA
BORSA]
La notizia ha avuto immediata risonanza.
L'arrivo di
un cambio con nuove camicie getta nel panico tutti coloro che
hanno uno secondo indumento, rubato o acquistato con
"regolare" baratto. Infatti le leggi del mercato
vigono anche nel lager, anche se in una misura più misera,
triste e umiliante. Il mercato della fame e della disperazione
conosce molti livelli di abbrutimento: dai famelici che girano
fra le "offerte" allettanti di zuppe recuperate
chissà come, "armati" dell'unico argomento di
scambio in loro possesso: la razione di pane dolorosamente
intatta, agli abili estrattori di pezzi di patata dalle zuppe
appena barattate e poi rivendute in cambio di nuove dosi di
pane, riutilizzate per lo stesso scopo, ai venditori
dell'unica camicia la cui assenza produrrà le percosse del
kapò. Fame e disperazione, costanti del lager, presenti in
ogni atto dei dannati, determinano tutta una serie di
comportamenti che sono il rifiuto del vivere fra uomini, ma
fra bestie, con necessità ridotte al livello dell'istinto.
[SEQUENZA 74: KLEPSI-KLEPSI]
Ciascuno nel suo angolo consueto, stazionano in Borsa i
mercanti di professione;
La storia ebraica è un
tormentato percorso costellato di persecuzioni, stragi,
espulsioni, esodi ma soprattutto limitazioni e imposizioni da
parte della società cristiana. Furono soprattutto queste, a
partire dall'XI secolo, che indussero gli ebrei a
specializzarsi nell'usura e nei commerci, essendogli precluse
la proprietà della terra e molte attività artigianali[3].
La loro cacciata dalla Sicilia e dalla Spagna nel 1492[4]
li sparse un po' ovunque nel Mediterraneo, costituendo l'avvio
di quelle comunità (veneziana, turca, napoletana, greca ecc.)
che saranno in seguito protagoniste, nel bene e nel male,
della storia recente di questo popolo, reso straordinario e
forte dalle continue e assurde persecuzioni subite nei secoli.
Forse per questo gli ebrei greci di Salonicco parlano sia
greco che spagnolo, e forse anche per questo che, nel lager,
esprimono una delle comunità più forti, temute e rispettate,
pronte a tutto, dal furto alle cariche, all'assalto, al
controllo della Borsa meno che alla violenza gratuita, cosa
che li rende, di gran lunga, il gruppo più civile fra i
deportati. A loro è dedicata una breve ma incisiva e
dettagliata descrizione di questo capitolo, ricco di una vita
minima e disperata. E sempre loro sono riusciti a imporre un
gergo ispano-ellenico, universalmente riconosciuto nel lager
per ogni forma legata alle cose di tutti i giorni: "klepsi-klepsi"
per indicare il furto, "caravana" la gamella,
"la comedera es buena" per dire che la zuppa è
accettabile.
[SEQUENZA 75: MAHORCA]
Puoi trovare in borsa gli specializzati in furti...
Il tabacco di scarto (Mahorca
appunto) è oggetto di scambio le cui quotazioni sono
strettamente legate ai fattori che condizionano la
"vita" non solo del lager, ma anche della comunità
dei "liberi". Infatti una delle monete di scambio,
all'interno della Borsa, è il "buono-premio",
distribuito con palese
iniquità ai lavoratori meritevoli. Questi commerciano con
gli internati a seconda delle varie necessità attraverso le
maglie dei controlli. Così sono le leggi di mercato, che
nella società degli uomini liberi hanno una logica
commerciale lecita, a gestire il poco e pericoloso arrangiarsi
del campo di sterminio, in cui regna sovrana la sopraffazione,
il furto o la cattiveria. Nulla si può possedere nel lager.
Tutto appartiene ad esso. Il commercio delle cose minime è ad
alto rischio ma diventa inevitabile, poiché nel lager si
è ciò che si ha[5].
[SEQUENZA 76: PUNIZIONI]
Il traffico coi civili è un elemento caratteristico dell'Arbeitslager...
Il commercio
fra Häftlinge e civili è pericolosissimo per i primi, un po'
meno per i secondi. Il deportato, colto sul fatto, è
destinato a morire in breve tempo nelle miniere di carbone, il
civile entra in una sezione staccata del lager, ove conduce
una vita analoga a quella degli internati, ma non viene
rasato, e gli effetti personali gli saranno restituiti alla
fine della pena, che varia da 15 giorni a otto mesi. Nel corso
dell'espiazione gli sarà precluso ogni contatto coi
deportati. Infatti è proprio questo che le SS non possono
permettere. Se contatto vi fosse fra loro e il mondo esterno
essi sarebbero di nuovo inseriti, male ma inseriti, nella
comunità dei vivi. Ma vivi essi non sono. Gli Häftling sono
morti, il lager per loro non è una punizione, ma
semplicemente il tipo di esistenza che i tedeschi hanno loro
assegnato. Finché gli servono. Vi è poi un altro motivo
per cui i contatti fra civili e internati sono invisi alle SS:
molti Häftlinge hanno protesi in oro che, di fatto
appartengono al lager, e che prima o poi saranno loro
strappate, da vivi o da morti. E' tutto oro su cui i nazisti
vogliono mettere le mani senza permettere che possa prendere
"altre vie".
[SEQUENZA 77: ]
Ma contro il furto in sé, la direzione del campo non ha alcuna
prevenzione...
Sappiamo che la Buna-Monowitz
era un campo di sterminio "privato" della IG-Farben[6].
Fra
la sua direzione civile e i vertici delle SS, malgrado le
reciproche convenienze determinate dallo sfruttamento
ignobile della "forza lavoro" a costo zero, vi era
una sorda ostilità
che sfociava nella tolleranza al furto, anzi
all'incoraggiamento al furto nei confronti della fabbrica.
Veniva infatti aggiunta una dose di rancio in più per ogni
block, proprio allo scopo di "retribuire" chi
approvvigionava il lager di scope, vernici, fili elettrici e
quant'altro poteva capitare sotto mano agli sventurati Häftlinge.
Vi erano veri e propri "fornitori di fiducia" dei
vari block e un ruolo decisivo lo svolgeva la Ka-Be, ove gli
infermieri ritiravano i cucchiai (non forniti dal lager) agli
infermi in congedo o a quelli morti o a quelli selezionati per
le camere a gas, poi li rivendevano alla Borsa, ove valevano
mezza razione di pane, se normali, o una intera se provvisti
anche di coltello nel manico. In tutto questo universo di
commerci disperati non abbiamo il diritto, noi lettori di oggi
dalle tiepide case,
dal caldo cibo, dai visi amici,
di giudicare e stabilire ove fosse il limite fra bene e male[7],
fra giusto e ingiusto, fra lecito e illecito nel campo di
sterminio, poiché
in esso non vi erano altre regole che non fossero la sopraffazione,
l'odio, e l'abuso dell'uomo sull'Uomo. Poiché nulla del
nostro mondo può sussistere
oltre il perimetro del lager.
[1]sugli ebrei di Salonicco Levi traccia un preciso ritratto nella figura di
Mordo Nahum ne "La tregua" (op. cit.)
[2]
La tregua, op. cit, pg. 95
[3]
Ebraismo, op. cit, pg.14.
[5]
Come leggere "Se questo è un uomo", op.
cit, pg. 52.
[6]
Vedere nota 13, sequenza 34,
capitolo 2 "Sul fondo", pg. 10
[7]
Come leggere "Se questo è un uomo", op.
cit, pg. 53.
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