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CAPITOLO 3 "INIZIAZIONE"

[SEQUENZA 41: BABELE]

   

Dopo i primi giorni di capricciosi trasferimenti da blocco a blocco...

La destinazione finale del Block di appartenenza avviene di sera e lì conosce Diena che è suo compa­gno di "branda". Sperimenta così, sulla propria pelle, in cosa consista la barriera di incomunicabilità rappresentata dalla babele di lingue in cui sono dati gli ordini e, più in generale, si cerca di comuni­care; questo limite impediva -come dirà in seguito nelle postille a "Se questo è un uomo"- ogni forma di ribellione o di instaurazione di legami che, sebbene incerti per via della precarietà della sopravvi­venza, erano minati in partenza. Il degrado dell'essere umano è portato all'estremo quando induce i nuovi venuti a ripiegarsi in un angolo come fanno le pecore.

 

 

[SEQUENZA 42: BROT]

 

Rinuncio dunque a fare domande...

Il sonno è un incubo in cui l'inconscio riproduce, a suo modo, l'orrore e il terrore cui si è sottoposti. Esso finisce troppo presto nella sveglia, il cui richiamo percuoterà per sempre gli incubi dell'autore. Alla ridestarsi tutti si avviano alla corsa alle latrine ma i più accorti alla distribuzione del pane la cui traduzione in tante lingue si riconduce a quella dura tedesca: brot. Esso è tutto nel campo: è moneta di scambio, è sopravvivenza, è fonte di liti, è un blocchetto grigio che nelle mani degli altri è sempre più grosso.

 

 

[SEQUENZA 43: IGIENE]

 

Il lavatoio è un locale poco invitante.

Sui muri del lavatoio campeggiano scritte e immagini elementari sull'importanza di essere puliti,  (impossibile con l'acqua fetida che c'è a tratti). Ma una cosa Levi l'avverte: lavarsi è uno dei pochi modi di restare vivi, almeno moralmente, nel lager.

 

 

[SEQUENZA 44: STEINLAUF]

 

Devo confessarlo: dopo una sola settimana di prigionia, in me l'istinto della pulizia è sparito.

Allo scoramento del Levi-Häftling che non vede più alcuna utilità nel lavarsi, tanto la morte è ad ogni passo e il tempo dedicato alle abluzioni può essere meglio speso in altre più piacevoli incombenze,  risponde Steinlauf, il cinquantenne sergente austroungarico, croce di ferro nella guerra 14/18, che, proprio perché il lager è nato per ridurli in bestie, essi non devono permetterlo, e la cura di sé è il primo passo verso la sopravvivenza dall'abbrutimento. Si consuma così uno dei pochi momenti "formativi" del lager, uno dei rari episodi di nobiltà e dignità interiori così rari nel campo di stermi­nio, che Levi però non è ancora in condizioni di assimilare, sia per la cultura in cui è cresciuto, così diversa da quella del soldato teutonico, sia per la confusione che la situazione in cui si trova ha gene­rato nella sua capacità di orientarsi verso i valori più vicini al concetto di sopravvivenza.

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 4 "KA-BE"

[SEQUENZA 45: ODIO]

 

I giorni si somigliano tutti, e non è facile contarli.

Il lavoro prosegue in un clima di tale ostilità che essa è avvertita in ogni cosa: nelle nubi che li sepa­rano dal sole, nel freddo, nel ferro che bisogna trasportare. Non visto è percepito il filo spinato che li divide dal mondo. Ma ciò che più divide è l'odio che rende schiavi gli stessi aguzzini, incapaci di uscire dalla logica di violenza che infliggono ai loro simili[1].

 

 

[SEQUENZA 46: VUOTO]

 

No, in verità, in questo mio compagno di oggi...

Il vuoto è ciò che resta del suo compagno di lavoro: Null Achtzehn. Ha ormai perso ogni capacità di reazione, è giovane, quindi meno adatto a sopportare le privazioni. Il suo nome forse non lo ricorda nemmeno più. In lui il processo di svuotamento dell'Uomo è giunto al suo compimento. Totalmente indifferente a tutto, alla fatica, alle percosse, alla fame, fors'anche alla morte cui inevitabilmente an­drà, esegue tutti gli ordini e non risparmia le poche forze. Per questo lavorare con lui è pericoloso. Ma anche con Levi dato che è (dice) maldestro e debole. Per questo si trovano insieme a strisciare sul fondo del fondo. Per questo esiste il lager.

 

 

[SEQUENZA 47: GUAI A SOGNARE]

 

Mentre, a mani vuote, ancora una volta torniamo...

Un breve intervallo: un treno merci che passa e li obbliga a fermarsi. Contare i vagoni, guardare la loro nazionalità e vederne uno italiano. E con esso è inevitabile scivolare nel desiderio di trovare pace in un impossibile ritorno nel proprio Paese, ove incontrare la serenità di una donna (simbolo materno e soave) da cui riavere quell'umana pietà calpestata nel lager, a cui raccontarne gli orrori, non essere creduto fino a mostrarle il numero, e allora crederebbe... Ma il treno è finito e, riappare dolosamente l'inumano presente. Guai a sognare: il momento di coscienza che accompagna il ri­sveglio è la sofferenza più acuta.

 

 

[SEQUENZA 48: SPREGEVOLI]

 

Ancora una volta siamo ai piedi della catasta.

Chi, pur schiavo, è in posizione privilegiata opprime chi privilegiato non è, come Misha e il Galiziano che distribuiscono i supporti di ghisa in cima alla catasta frettolosamente per mostrare efficienza. Pur di mantenere il posto migliore essi maltrattano i propri concaptivi. Uno degli infiniti passaggi del degrado dell'uomo che trova nel lager la sua ragion d'essere. Poiché su questa legge umana si regge la struttura sociale del campo.

 

 

 

 

 

 

 

[SEQUENZA 49: INFORTUNIO]

 

Questa volta tocca a me camminare davanti.

L'incidente è inevitabile, prima o poi, in quelle condizioni fisiche e mentali, e col carico appoggiato frettolosamente dai privilegiati, il peso diventa insostenibile e il supporto di ghisa cade con lo spigolo sul dorso del piede di Primo Levi che oltre al dolore deve sopportare pure gli schiaffi di quelli che non fanno male perché stordiscono. Ora il privilegiato paga la sua solerzia scambiando il posto con Levi cui dedica uno sguardo torvo. Ma farsi male è molto pericoloso nel lager, se non si sarà recupe­rabili, e in fretta, la soluzione passerà per la ciminiera. Unico modo previsto di uscire dal lager.

 

 

[SEQUENZA 50: KA-BE]

 

Stasera, subito dopo la zuppa, andrò in Ka-Be.

L'unico vero scopo dell'infermeria (Ka-Be infatti) è di "riparare" coloro che sono -economicamente utili» finché le loro forze lo permetteranno prima che, esauriti, siano avviati alle camere a gas. Se la "riparazione" è impossibile la strada è segnata. La realtà che ruota intorno alla Ka-Be è un girone in­fernale fatto di code ed impacci assurdi ove, imperiosi, vigono i divieti. Il divieto è l'anima del campo. Tutto è vietato, anche vivere se ormai inutilizzabili. Ed essere malati, coi piedi nel fango, immersi nel freddo, col dolore nel corpo e nell'animo (o quel che ne rimane) dev'essere un tormento indicibile. La visita poi non può essere una cosa seria, dato che l'unica scelta è fra un insufficiente re­cupero o le camere a gas.

 

 

[SEQUENZA 51: UNA BUONA FERITA]

 

Quando arriva la mia volta...

La visita è preceduta da un rituale inconcepibile fra gli uomini liberi, ma perfettamente in regola con l'assurda logica del lager: non si può entrare con le scarpe che bisogna lasciare in cambio di uno scontrino per ritirarle all'uscita, e poi dopo un'altra coda ci si deve misurare la febbre. Ciò allo scopo di scoraggiare chi vuole approfittare della Ka-Be per "fare il furbo" diremmo noi. Infine è dichiarato Arztvolmelder (più o meno "a rapporto dal medico") ma nella babele di lingue del campo non vi è molto spazio per le traduzioni, e poi bisogna sempre portare con sé tutte proprie cose: cucchiaio, gamella, vestiti (poiché bisogna essere rigorosamente nudi alla visita), le pezze da piedi (preziosissime), berretto in mano (vietato averlo in testa). Il compagno di letto Chajim dice che è una buona ferita non compromettente e che Arztvormelder significa un periodo di riposo. Chajim è uno dei pochi che, essendo orologiaio, è addetto ad un lavoro che gli piace e di cui è pratico: meccanico di precisione. Ciò gli conferisce sicurezza e dignità di sé. Un altro modo per sopravvivere nel lager.

 

 

[SEQUENZA 52: ARZTVORMELDER]

 

Così è stato. Dopo la sveglia e il pane...

Il cerimoniale della visita è un altro viaggio nell'assurdità e nell'abiezione. Docce continue, nudi, al freddo, per lunghe ore, visitati sommariamente, niente pasto, code, ancora code interminabili nella babele di lingue incomprensibili: polacco, tedesco nell'impossibilità di capire. Del resto il degrado dell'essere umano nel lager è tale che potrebbero mandare a morire ora e sarebbe indifferente. Ma, dove l'affronto dell'uomo sull'Uomo è al culmine di questa giornata miseranda, è nell'ignobile bas­sezza di due infermieri non ebrei polacchi, che lo usano per il loro dileggio circa il suo aspetto privo di parvenza umana ed il suo numero alto, da novellino, italiano, incapace e imbranato (li chiamavano due mani sinistre"). Hanno infine la bassezza di "consolarlo" dicendogli semplicemente che lui è spacciato: kaputt, presto nel crematorio.

 

 

[SEQUENZA 53: MIRACOLO]

 

Qualche altra ora è passata...

Finalmente il percorso burocratico volge al termine. Se, per termine consideriamo altre ore di inutili domande, il cui scopo è evidentemente quello di farsi beffe di noi. La burocrazia cieca e avvilente è straordinaria nel suo ruolo di umiliazione dell'uomo. In un inferno come quello del lager, anche tro­vare una branda libera da non dividere con nessuno nel block dell'infermeria si può considerare un miracolo. Specialmente quando ci sono centocinquanta brande per duecentocinquanta malati e quelli del terzo livello non possono nemmeno stare seduti per la vicinanza al soffitto.

 

 

[SEQUENZA 54: LA VOCE DEL LAGER]

 

La vita del Ka-Be è vita di limbo.

Rispetto alla vita di block, quella al Ka-Be è una parentesi di pace, riposo e recupero. Ma solo ora che si è fuori dal ritmo quotidiano si avverte il senso di quelle marce musicali che accompagnano la folla dei dannati, ordinati per squadre, tutte le mattine al lavoro in Buna. Essa è il ritmo che aneste­tizza il dolore e sostituisce la volontà soppressa. È la voce del lager. L'ultima cosa che di esso di­menticheranno. Ma il lager non si può dimenticare. Né lo faranno loro. Né noi.

 

 

[SEQUENZA 55: ER WILL NIX VERSTAYEN]

 

Ho due vicini di cuccetta.

La conoscenza di due vicini gli permette di sciogliere la confusione che ha circa l'esistenza di camere a gas e forni crematori nel lager. Fino a quel momento esse erano qualcosa di presente solo nei di­scorsi o nelle minacce. O forse l'Uomo Primo Levi le aveva solo rifiutate, non accettando quel livello di orrore. O, ancora non vuole capire, come dice in yddish il fabbro polacco Schmulek, che prima lo mette di fronte alla realtà teoricamente, poi sulla propria pelle, di quanto quelle leggende siano fon­date e crudelmente reali: Levi è il numero 174.517 e il centosettantaquattromila è una numerazione cominciata diciotto mesi prima. Lui è lì da poco, sul treno che li ha portati da Fossoli erano almeno in seicentocinquanta. Dove sono gli altri? Trasferiti? Er will nix verstayen! Il giorno dopo un ufficiale delle SS passa in "rassegna" il block e si sofferma davanti ad alcuni "degenti" che l'indomani mattina, nel più discreto silenzio non verranno rasati, non faranno la doccia, non avranno le medicazioni rin­novate e si avvieranno in un gruppo a parte. Fra essi Schmulek.

 

 

[SEQUENZA 56: DISSENTERICI]

 

Walter mi spiega molte cose...

Nella Ka-Be vi è un ulteriore girone infernale ed è quello dei dissenterici. Essi devono dimostrare in un minuto e senza appello che la malattia persiste, attraverso un umiliante percorso fatto di dolore, attesa e spasmi di chi cerca di trattenere la  preziosa testimonianza del diritto di permanenza nell'in­fermeria, ma è tremendo anche il percorso di chi all'opposto cerca, fra sforzi indicibili, di generare la stessa "prova". Ecco un'altra faccia della bassezza del lager: in esso diventa prezioso ciò che per gli uomini liberi è rivoltante. Basterebbe questo a dare la misura del degrado umano per cui il campo è nato.

 

 

[SEQUENZA 57: HEIMWEH]

 

Ma la vita del Ka-Be non è questa.

La degenza, sebbene non sia lavoro, sofferenza, fatica è sempre lager. Questo permette di pensare, di riflettere, di ricordare. E il ricordo di ciò che si era, si aveva, si faceva sfocia in un dolore intenso che una bella parola tedesca esprime come heimweh: dolore di casa. E in quest'afflizione profonda emerge una considerazione amara: che la nostra personalità è fragile, è molto più in pericolo della nostra vita. Questo chi ha organizzato il lager lo sa bene. Per questo la morte è l'ultimo anello di una catena fatta di sfruttamento fisico condotto all'estremo, preceduto da un lento processo di distru­zione della dignità. Lo sgomento di fronte a questo orrore porta l'autore a chiudere il capitolo con una delle note più amare del libro: Nessuno deve uscire di qui, che potrebbe portare al mondo, in­sieme col segno impresso nella carne, la mala novella di quanto, ad Auschwitz, è bastato animo all'uomo di fare dell'uomo.

 



[1] Liana Millu, ex deportata ad Auschwitz:-...Capisco come possano non esserci carcerieri buoni [...] perché assorbire la violenza porta, inconsciamente, ad essere violenti...- da "Speciale il Fatto, Enzo Biagi, Rai 1 30 aprile 1998.

 

 


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