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CAPITOLO 2
"SUL FONDO"
[SEQUENZA
23: ARBEIT MACHT FREI ]
Il viaggio non durò che una ventina di minuti.
A oltraggio
si aggiunge beffa: l'assurda scritta che campeggia sull'ingresso del campo
è la prima cosa che l'autore vede appena sceso a terra: IL LAVORO RENDE
LIBERI. Ma la sofferenza non è fatta di azioni violente e apocalittiche,
bensì di una sottile tortura, lenta come il gocciolio di un rubinetto su
cui campeggia il cartello (ovviamente in tedesco) che vieta di bere perché
l'acqua è inquinata. Da quattro giorni non bevono, la sete è feroce, ma
l'acqua è veramente imbevibile. "Essi" sanno che loro hanno
sete, ma l'umiliazione e il crimine devono perseguire il loro scopo:
l'annientamento dell'Uomo. A che altro serve il campo di sterminio?
[SEQUENZA
24: LE REGOLE]
Non siamo morti; la porta si è aperta ed è entrata
una SS...
Le regole
sono dettate senza particolare concitazione: l'SS parla e fuma e, ad una
domanda dell'interprete, lo guarda come
se fosse stato trasparente, come se nessuno avesse parlato.
Spogliarsi, mettere la roba di lana di qua e il resto di là, senza
fretta. Attenti alle scarpe che possono essere rubate: da chi? Infatti
subito dopo entra uno con una scopa e le ramazza tutte fuori dalla porta
in un mucchio. L'annientamento dell'Uomo passa anche attraverso queste
piccole cose: ordini contraddittori, assurdi, privi di senso, ma a cui,
comunque in qualche modo bisogna pur obbedire
Emerge, in questa sequenza, la tecnica
dell'alternanza dei tempi usata da Primo Levi: il presente come cronaca,
come eternità del momento, il passato remoto e l'imperfetto come
strumenti atti a fissare gli episodi nel tempo e nello spazio.
[SEQUENZA
25: NUDI ]
Adesso è il secondo atto. Entrano con violenza quattro
con rasoi,...
La
distruzione dell'Uomo, della sua dignità prosegue con lo svuotamento
dell'immagine: sono tutti rasati a zero. Tutti nudi ed esposti alle
correnti d'aria fredda in tre dita d'acqua gelata che non permettono né
di star fermi, né di sedersi. Domande, quesiti, angoscia, attesa di una
fine presagita ma non ancora eseguita. La porta del baratro è davvero
estenuante.
[SEQUENZA
26: FLESCH]
Andiamo in su e in giù senza costrutto,...
Le domande e
lo smarrimento prendono corpo e presto è un gran chiasso nella camera,
torna il tedesco che fa tradurre all'interprete di far silenzio. Il
traduttore è Flesch: un ebreo tedesco che ha combattuto gli italiani
sul Piave e si rifiuta di tradurre le loro domande. Sa che è inutile. Il
suo ruolo e la sua nazionalità sono la sua condanna nel gruppo: ha capito
prima degli altri ed ha cominciato a soffrire prima di tutti.
[SEQUENZA
27: IL DENTISTA]
Il tedesco se ne va, e noi adesso stiamo zitti,...
Irrompe una
nuova figura, un uomo vestito con giacchetta e pantaloni a righe, col
vistoso numero sulla giacca. Parla italiano e viene subissato di domande.
Risponde con poche verità e molte imposture (partite di pallone,
possibilità di diventare cuochi se si sa tirare di boxe) asserisce di
essere il dentista del campo ma non è ebreo, ammette di essere un
criminale, non è emaciato ma la menzogna ha le gambe corte, e i più
attenti diffidano rendendosi conto che costui si prende gioco di loro. Quest'apparizione
assurda aggiunge disprezzo all'umiliazione.
[SEQUENZA
28: LA METAMORFOSI]
Alla campana si è
sentito il campo buio ridestarsi.
In pochi minuti sono trasformati. I capelli rasati,
sbattuti sotto la doccia, vestiti di stracci a righe, e privati anche del
loro nome, proprio come coloro che avevano visto la sera innanzi. La
riflessione più amara è dedicata alla nostra lingua, priva di parole che
descrivano un simile scempio della dignità umana. E si fa strada una
amara profetica consapevolezza: quello che sta succedendo non è
credibile, e nessuno vorrà ascoltare, e facendolo non crederebbe (vedi
nota 5 pg.3).
[SEQUENZA
29: CAMPO DI ANNIENTAMENTO]
Noi sappiamo che in
questo difficilmente saremo compresi...
La dimensione del dramma è espressa lucidamente in
questa sequenza in cui, partendo da una considerazione generale riguardo
i legami che ognuno di noi ha con ciò che possiede, dimostra come, perdendo
queste cose, un uomo possa perdere se stesso e diventare un oggetto di cui
disporre per poi sbarazzarsene dopo "l'uso". E in questo risiede
la orrifica grandezza del campo di annientamento.
[SEQUENZA
30: 174517]
Häftling: ho imparato che io sono un Häftling[1]
L'atto definitivo
dell'iniziazione e dell'offesa è il "celebre" tatuaggio sul
braccio sinistro cui sono legate molte cose: nazionalità, convoglio,
provenienza ecc., ma anche il tempo di permanenza nel campo, cosa che
consente di stabilire il "rango" di appartenenza[2] in base al quale si deve regolare il proprio[3] comportamento. Emerge così una società alla rovescia o meglio
un'estremizzazione della società fra i dannati del campo.
[SEQUENZA
31: VOUS N'ÊTES PAS À LA MAISON]
D'altronde, l'intero processo di inserimento in questo
ordine...
La sete è
la feroce compagna di questa mezza giornata d'attesa, in cui si scoprono
nuove cose da un ragazzo che, dimesso dall'infermeria, per oggi non
lavora: non si è più a casa, non si ha più nulla, non si è più nulla,
tutto è vietato e non esiste un perché, nemmeno staccare un ghiacciolo
per lenire la sete continua che risale ancora al viaggio. Essendo gli
ultimi arrivati, si conta meno di niente, e non c'è nessun interesse a
soddisfare le domande inevitabilmente ingenue cui si risponde con profonde
smorfie di disprezzo. E in francese.
[SEQUENZA
32: ROSAMUNDA]
Ora dopo ora, questa prima lunghissima giornata di
antinferno volge al termine.
Appaiono i concaptivi di
ritorno dal lavoro dopo un'ora nel freddo del piazzale nel quale sono allineati
i nuovi deportati. Essi arrivano al passo di una marcia ritmata da una
banda che suona diversi motivi ma fra essi spicca Rosamunda (la celebre
polca d'amore) che fa sogghignare i presenti e li solleva producendo in
loro il senso che sia tutta una tragica beffa. Ma l'apparizione dei
dannati, cui anche loro sono assimilati, muta ben presto il sollievo in
disperazione. E la musica assume un ben diverso significato[4].
Una volta tutti allineati, cominciano gli estenuanti appelli,
perquisizioni e controlli ed infine, al grido "Absperre!" le
fila si sciolgono in un viavai intenso e confuso.
[SEQUENZA
33: SULLA SOGLIA DELLA CASA DEI
MORTI]
Anche noi nuovi arrivati ci aggiriamo tra la folla...
E' la
sequenza del primo dialogo umano con qualcuno che vive nel lager. Schlome,
ebreo polacco, mai più rivisto, parla di poche cose, quelle che un
tedesco rozzo e limitato permette ai due di comunicare. Lavoro,
provenienza e anni di prigionia: tre. Entrato dunque da ragazzino. Ma
allora si può vivere nel lager! Il dialogo ispira ad una tristezza
serena. Schlome è il primo incontro umano sulla soglia di questo inferno,
uno spiraglio di luce nel baratro di abiezione umana di Auschwitz.
[SEQUENZA
34: TOPOGRAFIA]
Moltissime cose ci restano da imparare...
Segue una minuziosa descrizione
del campo[5],
indispensabile per non commettere errori, e vengono a galla le diverse
"isole felici": il Block destinato alla "Prominenz" (internati
che ricoprono le cariche supreme), la fattoria sperimentale (gestita
da Häftling
privilegiati) e il Frauenblock (il
postribolo servito da ragazze Häftlinge
polacche) riservato ai criminali comuni tedeschi.
[SEQUENZA
35: LA CASA]
I comuni Blocks di abitazione, sono divisi in due
locali;
L'offesa
prosegue nelle baracche in cui tutta la cubatura disponibile, tranne tre
corridoi strettissimi (in cui due
prigionieri passano a stento insieme),
della metà destinata agli Häftlinge
è adibita a dormitorio: su tre livelli e due posti per pancaccio su cui
giacciono un sottile pagliericcio e due coperte per far dormire due
persone una ai piedi dell'altra. Questa è l'abitazione della vergogna.
[SEQUENZA
36: ABBIAMO IMPARATO]
Abbiamo ben presto imparato che gli ospiti del lager...
Una nuova vita con nuove regole
si impone a chi vuole sopravvivere nel campo (l'alternativa è la ciminiera
dei forni crematori). Un groviglio di usanze ed accorgimenti ove è
necessario guardarsi più dai concaptivi che dai Kapòs. Il furto è legge
e guai a restare senza gamella o senza giacca. Maniacale poi il
controllo dei bottoni e delle pulci. Impossibile pensare a forme di
solidarietà fra detenuti. Come i capponi, che Renzo, nei Promessi sposi,
porta all'avvocato Azzeccagarbugli, cercano di conquistare una posizione
meno sfavorevole a furiosi colpi di becco invece di unirsi per stare
meglio insieme, essendo messi a testa in giù e sotto i gesti bruschi
dettati dall'ira di Renzo, così anche nell'inferno del lager non vi è
possibilità di accordo, e le bassezze dell'animo umano sono ciò che
resta allo sciogliersi della dignità. "Dal lager non si esce
migliori!"[6].
[SEQUENZA
37: I REGOLAMENTI]
Conosciamo già in buona parte il regolamento del
campo...
La barbarie
si consuma attraverso le mille e umilianti regole fatte di divieti e di
obblighi assurdi che costringono a sopravvivere in condizioni esasperanti:
tagliarsi le unghie con i denti, non dormire col cappello, non fare la
doccia in giorni diversi da quelli stabiliti, scegliere la scarpa (una
sola) buona in un groviglio inestricabile per il cambio, sperando di
trovarne una giusta, che non produca guai peggiori. Infatti la
morte incomincia dalle scarpe, in un calvario crescente che dalle
piaghe porta ai piedi gonfi. Inguaribili nel lager.
[SEQUENZA
38: IL LAVORO]
Tutti lavoriamo, tranne i malati...
Le
condizioni inumane del lavoro sono atroci: si lavora per lo più
all'aperto, sotto la pioggia, la neve, al vento feroce
dei Carpazi, destinati al trasporto di materiali, salvo pochi fortunati
destinati ai lavori specializzati (elettricisti, muratori, fabbri ecc.).
Gli orari sono quelli della luce, non si può lavorare né prima, né dopo
e nemmeno con la nebbia, poiché con visibilità ridotta sono possibili le
fughe. Come se in condizioni simili la fuga fosse una cosa possibile. La
gestione dei compiti è inspiegabile se non attraverso una logica
clientelare.
[SEQUENZA
39: IL FUTURO]
Tale sarà la nostra vita.
Questo stato
di cose induce nei nuovi arrivati una logica domanda (logica per noi
uomini liberi, non nel lager) fino a quando durerà tutto ciò? Chi ha
mesi e anni di campo alle spalle ride, ha già dimenticato di pensare al
futuro. Qui l'autore compie una riflessione profonda: quando
è in gioco il loro proprio destino [gli uomini]
preferiscono in ogni caso le posizioni estreme. Per cui alcuni sono
pessimisti e hanno perso ogni speranza di uscire vivi dal lager, per
altri la liberazione è vicina, esercitando un ottimismo che cambia da
persona a persona. La "via di mezzo" è privilegio di pochi uomini ragionevoli, cui non sfugge l'imperscrutabilità del destino.
[SEQUENZA
40: FAME]
Eccomi dunque sul fondo.
Il processo di svuotamento è
concluso. Dimenticare il passato per non soffrire dei ricordi, cancellare
il futuro per non soffrire di inutili disillusioni. Il proprio corpo non
appartiene più a se stessi. Non ci si incontra più alla sera nell'angolo
degli italiani per non soffrire di più nel vedersi sempre peggio, o non
vedersi più. Ma soprattutto è insorta la fame cronica. Quella fame che
non basta il pasto a lenire e che durerà anche dopo la prigionia, sia per
motivi oggettivi ma soprattutto perché ormai radicata[7].
La barbarie passa anche attraverso quest'atto brutale e ignobile. Come il
lager.
[1]
dal tedesco: detenuto
[2]
Primo Levi - Virgilio Lo Presti ,Conversazioni e interviste,
op. cit, pg.48.
[4]
Primo Levi - conversazioni e interviste, op. cit, pg. 9.
[5]
Dal libro di Joseph Borkin, The
crime and Punishment of IG-Farben, Pocket Book, New York 1978,
Primo Levi scoprì che il campo ov'era internato non apparteneva alle
SS, ma all'industria IG-Farben. Era cioè un lager
"privato". Primo Levi - conversazioni e interviste,
op. cit., pg. 68.
[6]
Settimia Spizzichino, ex deportata ad Auschwitz, Mixer Speciale
Olocausto Rai 3, novembre 1997.
[7]
La tregua, op. cit, pg. 95.
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