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6)
Conclusioni
Lo
sterminio degli ebrei costò all'Italia settemilacinquecento persone,
secondo le stime dell' Encyclopaedia Judaica (Jerusalem 1971, vol.VIII,
pg. 890)[1],
molto meno del contributo di Paesi come l'Ungheria, dove le vittime
furono quattrocentoduemila, addirittura quattro milioni
cinquecentosessantacinquemila nell'area polacco-sovietica, e nella
stessa Germania centoventicinquemila.
Ma
il tributo di sangue, qualunque sia stata la sua dimensione, è
inaccettabile, non soltanto per le sue dimensioni, per la sua brutalità,
per la sua violenza ma per il fatto stesso che c'è stato, che cioè
uno Stato sovrano abbia deliberatamente scelto, deciso e messo in
pratica lo sterminio, l'eliminazione fisica di un intero popolo. Non
sono solo i morti che pesano, ma tutto l'insieme di vite spezzate,
violentate, rovinate, stuprate dall'oltraggio. Tanto che la stessa
parola Olocausto ormai è priva di senso, essa dovrebbe rappresentare
un sacrificio propiziatorio, mentre invece si preferisce usare la
parola Shoah che significa: catastrofe.
La
macabra contabilità ha invece uno scopo ben diverso, tutt'altro che
cinico. Tende a dimostrare che, fra le assurde gratuità del genocidio,
quella più grande è relativa all'esistenza stessa del Popolo Ebreo.
Infatti esso è composto da tanti popoli diversi, che nel tempo si
convertirono all'ebraismo, come l'Impero dei Kazari in Ucraina nel VI
secolo d.C.[2],
che non avevano nulla a che vedere con gli ebrei di Palestina, ma è più
che probabile che dei milioni di morti dei territori dell'est europeo,
parecchi ne fossero i discendenti ed ecco perché lì il "bacino
di morte" fu più grande. In Italia invece la sopraffazione
razziale non fu così netta, poiché non appartiene al nostro animo la
cieca esecuzione della legge, anche quando questa è assurda, anzi,
alle leggi razziali, tranne poche sacche di interessato
collaborazionismo, rispose un atteggiamento diffidente nei confronti
della norma, incapace di concepire il destino che si stava compiendo.
'Se
questo è un uomo' è un monumento contro l'orrore, un monumento nel
senso totale del termine, che nella sua etimologia vuol dire
"ammonimento"[3].
E questo è 'Se questo è un uomo', proprio un ammonimento alle future
generazioni, perché mai il seme maligno di Auschwitz possa tornare a
germogliare. Potremo sezionare ogni singola sua parola, potremo
analizzare ogni singola virgola, rileggere migliaia di volte il testo,
ma nulla potrà mai portarci ad una conclusione diversa da questa. Il
libro assolve al dovere di testimonianza che Levi, come altri, nel
lager sentivano pressante, ma che temevano privo di riscontro, poiché
la gente non vuol sentire, non vuol ricordare quando
"ricordare" comporta una responsabilità. Responsabilità che
è stata della propria generazione, o dei propri padri, poiché la
generazione che ha diviso e devastato l'Europa ha lasciato una
generazione, che ha avviato il processo di unificazione del Vecchio
Continente. Segno che, almeno in questo senso, la lezione è servita.
Ora tocca a noi continuare, tramandando la testimonianza e proseguendo
il lavoro intrapreso dai nostri padri. Non solo per dovere nei riguardi
di chi ha subito lo sterminio sulla propria pelle, ma soprattutto per
lasciare un mondo migliore ai nostri figli, cui affidare l'onere della
memoria di quanto l'uomo ha osato fare dell'Uomo.
In
più parti abbiamo visto che l'opera, prima ancora che un resoconto, è
un trattato di sociologia, un'introspezione dell'animo umano, ma non
condotto dall'esterno come i positivisti del secolo scorso o con lo
spirito dello scienziato che osserva e deduce, qui lo scienziato è
parte dell'esperimento e l'analisi è condotta sulla propria pelle.
Si
capiscono così molte cose circa l'animo umano, la sua fragilità, la
sua debolezza. Si ha un vero e proprio resoconto sui metodi della
spoliazione dell'Uomo, che da essere evoluto torna al livello
dell'animale, che deve lottare contro tutto e contro tutti per
sopravvivere. Ma il processo va oltre lo stadio dell'animale, poiché
questi conosce la pietà, ma nel lager non c'è spazio per la pietà,
ecco perché ho voluto aprire il presente lavoro con la frase tratta
dal 'Riccardo III' di Shakespeare. Ridotto all'estrema necessità,
l'uomo prevarica, ammazza, perde la sua capacità di elevazione,
sopprime la ragione.
Penso
che, ad onta di qualunque tesi illuminista, la Ragione sia, in fondo,
nient'altro che la capacità dell'Uomo di distinguere il Bene dal Male.
Ebbene ad Auschwitz questa capacità arretra, restringe il proprio
spettro, non solo non riconosce più cosa sia Bene e Male per l'Uomo
(sequenza n.77), ma per il singolo individuo, disposto a tutto pur di
rendere meno dolorosa l'attesa della morte. Poiché di questo si
tratta: attesa della morte. Essa pervade tutto il libro, ne è, si può
dire, la parola chiave, 'Se questo è un uomo' è un libro sulla morte,
su come ci si arriva, come la si tiene a distanza, nell'atroce certezza
che essa giungerà prima o poi. Ed è giunta. Ha trovato Primo Levi
quarantasette anni dopo, nel pieno di una crisi depressiva e lo ha
scaraventato giù nella tromba delle scale del palazzo al n. 57 di
corso Re Umberto a Torino. La stessa casa ov'era nato sessantotto anni
prima, ov'era tornato dopo Auschwitz il 19 ottobre 1945 e aveva vissuto
l'intera sua vita. La portinaia, interrogata, disse di non aver sentito
altro che un tonfo, segno che non vi fu spavento, nell'adempimento
dell'ultimo gesto. Sempre dalle cronache dell'epoca, amici e conoscenti
dichiararono che da tempo Primo Levi ripeteva di essere "stanco di
vivere". Pur nel rispettoso silenzio dei suoi travagli interiori,
la sua scomparsa ha assunto diversi significati, a lungo trattati in
tavole rotonde, convegni e dibattiti. Ma la conclusione predominante e
comune alla maggior parte di questi incontri, è che la sua morte è un
monito. Infatti prima di lui anche altri testimoni avevano compiuto la
stessa scelta, Paul Celan, Peter Szondi, Robert Klein, Jan Améry e
molti ancora, il cui gesto potrebbe essere riassunto da una frase che
chiude una delle sue numerose interviste -Vogliamo dimostrare al mondo
che esistiamo. Se occorre lo dimostreremo morendo»[4].
In
questa caduta della Ragione diventa inevitabile dunque, per il lettore,
cercare una spiegazione, un perché, che è in fondo la domanda che
serpeggia per tutto il libro. Ma capire troppo spesso coincide con
giustificare e giustificare altrettanto spesso porta a perdonare in
maniera generalizzata e indiscriminata e il cerchio si chiude. L'orrore
prima o poi si ripete. Quando la Ragione si addormenta, si anestetizza
non può che produrre mostri orrendi, le cui espressioni possono avere
le divise delle SS o delle milizie serbe in Bosnia Erzegovina. Bene fa
dunque Claudio Toscani a rammentarci che la vera saggezza è non
cercare di capire[5]
(sequenza n.82), sottraendo alla revisione condonatrice l'argomento,
per perpetrare l'infamia dell'uomo.
-Il
nostro è un tempo strano, è un tempo in cui coloro che ti spiegano
tutto abbondano; è il tempo degli spiegatori, di coloro che ti
chiariscono tutto, che vanno a fondo di tutto, con le sue cause e le
sue conseguenze; e questo non c'è dubbio che sia un tentativo
lodevole. Ma credere di avere veramente spiegato tutto, nel senso
originario della parola, cioè di avere chiarito il perché necessario
dei fenomeni storici, quei motivi che conducono necessariamente a una
conseguenza, quel nesso fra causa ed effetto che è il fondamento delle
scienze, è un poco azzardato.»[6]
Questa
prolusione introdusse la lezione sul tema dell'intolleranza razziale
che Primo Levi tenne presso l'Istituto Tecnico industriale Amedeo
Avogadro di Torino il 12 novembre 1979.
Con
questa introduzione che è (per sua stessa ammissione) un atto di umiltà,
Primo Levi affronta il tema dell'intolleranza razziale. Ma proprio
perché parliamo di 'Se questo è un uomo', la premessa mi sembra
importante. In effetti il tentativo di "spiegare" il
genocidio nazista è un esercizio che ha coinvolto diversi pensatori e
schiere di intellettuali. Ma una risposta concreta ancora non c'è. O
meglio ce ne sono tante, ma nessuna che riesca a spiegare perché,
all'interno di una specie animale, devono esserci delle divisioni che
portano alla sopraffazione. Nel corso della stessa lezione Levi dimostrò
come nella natura, la promiscuità, la confusione delle razze sia
addirittura cercata e che non è fecondo solo l'incrocio di specie
diverse, mentre bianchi e neri, gialli e rossi non hanno problemi a
riprodursi, in ossequio alla logica naturale. E neppure ha fondamento
il pretesto biblico del popolo che, uccidendo il Figlio di Dio, si è
macchiato di deicidio e dunque deve essere perseguitato, poiché la
colpa, come ha sottolineato di recente Papa Giovanni Paolo II, in
occasione della Via Crucis del 1998, "della morte di Gesù non
sono responsabili gli ebrei ma tutti noi assassini dell'amore". Lo
stesso concetto di "popolo", abbiamo visto, è velleitario.
Non
resta che affidarsi a Primo Levi stesso che, nell'introduzione di 'Se
questo è un uomo' dice: ...quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un
sillogismo, allora, al termine della catena, sta il lager. Il
sillogismo cui fa riferimento l'autore è quello celato negli animi di
molti individui o popoli interi, secondo cui ogni
straniero è nemico. E ogni straniero diventa nemico quando non si
è sicuri delle proprie forze, quando si teme il confronto, quando si
avverte un'inferiorità che si cerca di compensare con l'autoconvincimento
che si è superiori, cercando con qualunque mezzo, compresa la
menzogna, di dimostrare scientificamente le proprie tesi. Del resto,
aggiunse Levi nella lezione di cui sopra, nessun ricercatore ha mai
dimostrato l'inferiorità della propria razza, del proprio popolo, ma
ha sempre trovato in esso i segni della supremazia.
Oggi
l'età media dei sopravvissuti si aggira intorno ai settantacinque
anni, dunque fra alcuni decenni non resteranno più testimoni viventi.
Per questo diverse organizzazioni li stanno intervistando in tutto il
mondo, poiché (e questo elaborato vuole muoversi, nel suo piccolo, in
questo senso) la testimonianza deve restare permanente e attraversare
perennemente tutte le generazioni future, affinché il monito di
Auschwitz non vada perduto ed il male fatto non abbia a ripetersi.
Al
termine di questo doloroso viaggio nel tormento dell'animo umano,
intendo soffermare la riflessione silente di fronte alle parole di
Primo Levi, riportate sulla lapide, che si trova all'ingresso del
"memorial" degli italiani ad Auschwitz, poiché in
nessun'altra parola ho trovato tanta speranza.
Visitatore,
osserva le vestigia di questo campo e medita:
da
qualunque paese tu venga, tu non sei un estraneo.
Fa'
che il tuo viaggio non sia stato inutile,
che
non sia stata inutile la nostra morte.
Per
te e per i tuoi figli,
le
ceneri di Auschwitz valgano di ammonimento:
fa'
che il frutto orrendo dell'odio,
di
cui hai visto qui le tracce,
non
sia nuovo seme né domani né mai.
_____________________________________
Fine
Bibliografia
Per
la stesura del presente elaborato mi sono avvalso della lettura e della
consultazione di diversi libri il cui elenco è esposto qui di seguito.
Primo
Levi: Se questo è un uomo,
Einaudi, Torino, 1958
(ed. sp. Famiglia Cristiana n°15 del 9/4/97)
Claudio
Toscani: Come leggere Se
questo è un uomo, Mursia, Milano, 1990
Primo
Levi: La tregua, Einaudi,
Torino, 1963
Marco
Belpoliti: Primo Levi
Conversazioni e interviste 1963-1987, Einaudi, Torino, 1997
Scialom
Bahbout: Ebraismo,
Giunti, Firenze, 1997
Card.
EI Cassidy: Noi ricordiamo:
una riflessione sulla Shoah, Ed. Paoline, Milano, 1998
Aleksandr
Solzenicyn: Una giornata di
Ivan Denisovic, Einaudi, Torino, 1963
Silvio
Pellico: Le mie prigioni,
Mondadori, Milano, 1986
Hermann
Langbein: Uomini ad Auschwitz,
Mursia, Milano, 1984
Roberto
Finzi: L'antisemitismo,
Giunti-Casterman, Firenze, 1997
Torino
Enciclopedia: La natura del
pregiudizio, Città di Torino, 1979
Carol
Kennedy: I guru del management,
Mondadori, 1992
(allegato al nr. 268 - 9/92 Espansione)
[1]
Enciclopedia della Storia universale, Novara, De Agostini,
1993, pg. 896.
[2]La
natura del pregiudizio, op. cit, pg. 30.
[3]
Primo Levi. Conversazioni e interviste, op. cit, pg. 143.
[4]
Come leggere 'Se questo è un uomo', op. cit,
pg. 31.
[5]
Come leggere 'Se questo è un uomo', op. cit, pg. 83.
[6]
Torino Enciclopedia, La natura del pregiudizio, lezione di Primo
Levi, Torino, Città di Torino, Regione Piemonte, 1979, pg. 19.
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