-Ordine
spaziale
Lo spazio è diviso in due entità distinte:
-quella
vissuta, all'interno del lager che ruota fra cuccette, cucine,
baracche, Ka-Be e Buna;
-quella
percepita, composta dalle camere a gas, i forni crematori di Birkenau,
il mondo degli uomini liberi appena oltre il filo spinato.
Nella
prima, si svolge l'azione, ha luogo l'umiliazione continua, la
sopraffazione. Della seconda si vive il terrore, l'orrore, il
vagheggio. La sequenza più lucida di questa separazione è la n. 68 in
cui al dolore del luogo ove ci si trova, si unisce il terrore di ciò
che si vede e l'incomprensibilità di un campanile (quello del paese di
Oswiecim -nome polacco di Auschwitz-) in un luogo di dolore e morte ove
...non ha luogo il sacro volto...
(dal capitolo 2 'Sul fondo') ed infine le foreste, anelito primordiale
di libertà e ricongiunzione con la natura.
Tutti gli spazi vissuti, sono ostili, non v'è luogo dove
trovare tracce di Uomo, salvo casi eccezionali. Lo stesso block, in cui
sono relegati, possiede spazi, che sottolineano nient'altro che
alienazione: la parte destinata al blockaltester (capo baracca) luogo
di esercizio del potere e dei favoritismi, la fureria, ove si tengono
le tristi contabilità di un vivere che è attesa della morte (infatti
è lì che si viene stipati nudi, gli uni contro gli altri, nell'attesa
della corsa fuori dal block per la selezione -sequenza n. 91-) ed
infine il "letto" che è un "loculo" di settanta
centimetri di larghezza, che deve far giacere due persone. Ma anche la
Buna non è da meno: lo spazio è fango, neve, gelo, neppure un filo
d'erba vi può nascere dentro e la stessa torre del carburo è pregna
di odio (sequenza n. 69). Pure il laboratorio, che per un chimico
dovrebbe essere un habitat confacente, è ostile, in esso le ragazze
che vi lavorano rendono la vita ancor più difficile ai dannati.
3)
Livello dei personaggi
-Caratterizzazione
dei personaggi
Tutto il racconto è pervaso di profili di personaggi che nel
bene e nel male acquisiscono ruoli emblematici. Possiamo dividerli in
categorie distinte, ma talvolta intrecciate tra loro:
1)
gli Häftlinge (i prigionieri) che a loro volta si dividono in quatto
categorie differenti:
-
i musulmani: privi di speranza di sopravvivenza e destinati a
soccombere nel giro di
tre mesi in media, che rappresentano il gradino ultimo del
girone infernale del lager,
-
i prominenti: coloro che riescono, con astuzia e abilità, ma
sovente con sistemi
abietti, a conquistare un posto di rilievo nella gerarchia del
campo di sterminio,
-
gli specialisti: i più fortunati, perché destinati, nella
Buna, a svolgere attività affini a
quelle che svolgevano da liberi
-
i Kapòs: scelti fra i criminali comuni, ma anche fra gli ebrei
stessi che si sono
distinti per barbarie e ferocia, e di queste rappresentano
l'autentico volto
2)
i civili che sono coloro che
lavorano nella Buna con vari incarichi. Fra loro emergono diverse
figure estreme e significative, dal dr. Pannwitz (sequenza n. 83), con
cui non vi è spazio e possibilità di comunicazione, a Lorenzo
(sequenza n. 88) che si distingue per generosità e bontà e che è
stato decisivo per la sopravvivenza di Primo Levi. I rapporti che
legavano i civili coi prigionieri erano dettati da un misto di
interessi, di pietà, di dileggio, di disprezzo, ma in generale da un
generico stato di incomunicabilità umana (sequenze 75, 76, 88, 98).
3)
le SS infine si vedevano
poco nel lager, se non per le selezioni o all'arrivo dei convogli della
morte, oppure ancora alle esecuzioni (sequenza 100). Non si sporcavano
direttamente le mani negli affari correnti del lager. Del resto quello
ove era Primo Levi apparteneva alla Buna, la fabbrica chimica del
gruppo IG-Farben (Interessen Gemeinshaft Farbenindustrie i cui capi
furono processati a Norimberga e che fu sciolta nel 1952) che aveva
finanziato la sua costruzione (nota 13, sequenza n.77), dunque non
c'erano molte occasioni di "visite" da parte delle SS, la
loro presenza, più che fisica era, incombente, sentita.
Fra gli stessi Häftlinge vi sono poi soggetti che riescono a
salvarsi per vie diverse, le più disparate, si pensi ai ritratti
efficaci dei concaptivi che, nel capitolo 'I sommersi e i salvati'
(Sequenza n. 81), attraverso espedienti di varia natura riescono a
sopravvivere. Si tratta di persone che prima e meglio di altre hanno
capito che nel lager non vi sono vie di mezzo, si è "tutti contro
tutti" (come appare nel grafico seguente) e non vi sono vie di
fuga. Gli unici assi possibili sono quelli della sopraffazione per la
sopravvivenza. Solo casualmente si manifestano momenti di solidarietà
e fraterna amicizia, come quella con Alberto, o con Chajim (sequenze
n. 51 e n. 59) ma sono solo eccezioni. L'unica regola che domina i
rapporti fra i vari personaggi è "mors tua, vita mea".
D'altra parte lo stesso autore, in diverse parti del libro, parla
chiaramente della mancanza di solidarietà fra deportati e del rischio
continuo, ossessivo, onnipresente di venire depredati dagli altri
compagni di sventura delle poche cose rubabili (scarpe, gamella,
cucchiaio) cosa che poteva tradursi in una pericolosa caduta in
disgrazia per la vittima, la cui sorte poteva venirne segnata. Il furto
ovunque era la regola, sia nel lager che nella Buna, qualunque cosa
permettesse di allungare, anche di poco la propria sopravvivenza andava
bene. Anche a spese della vita di qualche altro concaptivo.
-Grafico
dei rapporti fra i personaggi
4)
Livello della narrazione
-Strutture
stilistiche
Sebbene Levi abbia dichiarato in diverse occasioni che le
questioni stilistiche nella stesura di 'Se questo è un uomo' erano
qualcosa di cui non si poteva interessare, data l'urgenza delle cosa da
dire, la fluidità con cui scorre la narrazione è piacevole. Riesce
infatti, con un lessico chiaro, ben costruito a dare la dimensione
della tragedia che fu Auschwitz. Riesce a far riflettere e ragionare il
lettore che viene portato al giudizio con la logica e mai con la
rabbia, l'odio o il desiderio di vendetta.
In molte parti del testo, l'autore fa uso del tedesco, i cui
suoni simili a latrati sono
incomprensibili e gettano nello sconforto il deportato, che rischia la
camera a gas per non aver capito.
Sul
piano sintattico emerge un'alternanza fra costrutti brevi e
chiari, relativi alla cronaca, (così brevemente ed efficacemente
descrive il Levi prima della cattura: Ero
stato catturato dalla Milizia fascista il 13 dicembre 1943. Avevo
ventiquattro anni, poco senno, nessuna esperienza, e una decisa
propensione, favorita dal regime di segregazione a cui da quattro anni
le leggi razziali mi avevano ridotto, a vivere in un mio mondo
scarsamente reale, popolato da civili fantasmi cartesiani, da sincere
amicizie maschili e da amicizie femminili esangui. Coltivavo un
moderato e astratto senso ribellione. E con altrettanta efficacia
la sensazione di libertà insperata e ora a portata di mano nelle
ultime pagine: Libertà. La breccia nel filo spinato ce ne dava l'immagine concreta. A
porvi mente con attenzione voleva dire non più tedeschi, non più
selezioni, non lavoro, non botte, non appelli, e forse, più tardi il
ritorno), e periodi più lunghi e complessi riguardo le
considerazioni sull'animo umano che possiamo trovare nelle pagine del
capitolo ' I sommersi e i salvati'.
5)
Paralleli
Nel
tentativo di capire meglio cosa fosse il campo di sterminio, la
prigionia dura, la perdita della libertà per motivi che non fossero
legati alla criminalità, mi sono inoltrato in un percorso di letture
"parallele". Ho dunque letto 'Una giornata di Ivan Denisovic'
di Alexander Solzenicyn per tracciare un parallelo con un'altra
tipologia di lager (il gulag) appartenente a questo secolo e 'Le mie
prigioni' di Silvio Pellico per trovare delle caratteristiche comuni
fuori dal tempo.
Innanzitutto
tutte e due le opere hanno in comune con quella di Levi l'assenza di
toni forti, di rancore o di rivalsa verso i propri aguzzini ma, al
contrario, si pongono come rigoroso racconto, più cronologico
Solzenicyn, più riflessivo il Pellico, nel tentativo di dare una
panoramica, scevra da ogni eccesso di cosa sia il vivere in condizioni
estreme per mano dell'uomo.
Una
giornata di Ivan Denisovic
di Alexander Solzenicyn
Il libro, a differenza di 'Se questo è un uomo', è la cronaca
di una sola giornata, anche se di una giornata-tipo di un internato nel
gulag. La vita non è meno dura di quella di Auschwitz, il freddo è
forse ancora più intenso ma vi sono aspetti che vale la pena valutare
col dovuto distacco:
Analogie
·
lavoro duro in condizioni estreme
·
code per ogni occasione, meno che per l'infermeria nel gulag
·
furti fra concaptivi
·
recupero di oggetti, che una volta lavorati, possono essere
scambiati
·
borsa nera
·
durezza dei rapporti con i carcerieri
·
rispetto dei "mestieranti"
·
morte frequente degli internati
Differenze
·
morte accidentale nel gulag, unica destinazione nel lager
·
detenzione destinata a soggetti condannati nel gulag,
internamento indiscriminato, nel nome della razza nel lager, che portò
allo sterminio anche di donne e bambini
·
abbigliamento adeguato nel gulag per le temperature estreme, del
tutto insufficiente nel lager
·
razioni di pane accettabili nel gulag, da fame perenne nel lager
·
dialogo fra concaptivi che parlano la stessa lingua nel gulag,
dialogo impossibile nella babele di nazionalità del lager
·
carcerieri "professionisti" (militari) nel gulag,
carcerieri improvvisati (delinquenti della peggiore specie) nel lager
·
una soglia minima, malgrado tutto, di umanità e solidarietà
nel gulag fra concaptivi, nel lager la solidarietà era impossibile
·
possibilità di ricezione di posta e pacchi da casa nel gulag,
assoluta separazione dal mondo civile e totale chiusura di ogni
rapporto con esso nel lager
Come
si vede le differenze superano le analogie in favore del gulag, ove
(come Levi stesso ebbe a osservare) si entrava per condanne assurde,
pesanti, inflitte con criminale leggerezza, ma che prevedevano pure una
fine. Invece nel campo di sterminio nazista, per definizione, l'unico
obiettivo era la morte dell'internato, o subito tramite la camera a
gas, o successivamente per stenti e consunzione nei campi di lavoro. Ma
la differenza più grande che mi preme sottolineare è che nel gulag si
entrava per condanna, cioè per un fatto certo, nel lager per il solo
fatto di esistere, ma lo sconcerto maggiore è che nel lager venivano
internati bambini, donne, vecchi sui quali si conducevano orribili
esperimenti. Se il gulag fu l'abominio di un'ideologia, il lager fu
l'abominio dell'uomo, per questo non regge il confronto fra i due
abissi, sono su un livello totalmente diverso e chiunque li equipari
compie un oltraggio verso la sofferenza umana.
(Su questo tema leggere la protesta di una navigatrice)
Le mie
prigioni
di Silvio Pellico
L'opera del grande drammaturgo italiano è, più che una cronaca
carceraria, la cronaca di una conversione. Se l'Austria ebbe più
problemi col libro del Pellico che con una battaglia persa, non fu
tanto per la denuncia delle durezze subite, quanto per l'assoluta
inadeguatezza del regime carcerario austro-ungarico a dare risposte
serie al desiderio di fede dei prigionieri in un'Europa pervasa da un
forte e ben radicato sentimento cattolico, al punto che lo stesso
Metternich si mosse presso la Nunziatura apostolica di Vienna, affinché
il Vaticano condannasse il libro, poiché in esso si parlava
dell'assenza della messa e dei conforti religiosi ai prigionieri nel
primo periodo di carcerazione nello Spielberg. Non sono riuscito a
trovare analogie fra 'Se questo è un uomo' e 'Le mie prigioni', troppo
diversi gli autori, troppo diversi i tempi ma, soprattutto, troppo
diverse, pur nella loro terribile dimensione, le tragedie che li
colsero. Scrisse Cesare Spellanzon sul "Corriere
d'informazione" del 5 agosto 1948, in un tentativo di paragone fra
le due opere, che 'Se questo è un uomo':- non dice un'invettiva, non si sofferma ad alzar concitati lamenti;
lascia alla tremenda realtà di commentare sé stessa...-[1].
[1]
Come
leggere 'Se questo è un uomo',
op. cit, pg. 98.
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