CAPITOLO 16
"L'ULTIMO"
[SEQUENZA
99: L'INGEGNO]
Ormai Natale è vicino.
Primo Levi e
il suo amico Alberto sono riusciti a conquistarsi un posto degno di
considerazione nel block. Grazie all'ingegnosità dei due, all'aiuto di
Lorenzo e agli incarichi che ricoprono, riescono a organizzarsi e
procurare le soluzioni più disparate alle varie esigenze dei
blockalteste. Godono quindi di stima e di ammirazione da parte degli
altri concaptivi, soprattutto quelli di rango come Henri, Elias e
Alfred L. Nell'abiezione e nelle privazioni, la fortuna è inutile se
non è abbinata all'ingegno.
[SEQUENZA
100: LA SCONFITTA]
Di queste cose parliamo...
L'appello
questa volta si conclude con un fuori programma: un'impiccagione, ma se
le precedenti erano state decretate per reati comuni, questa lo è per
un fatto legato alla resistenza. A Birkenau, presso i forni crematori,
chissà chi, e chissà come, un gruppo di schiavi ha fatto saltare in
aria un forno, e le SS hanno trovato un uomo legato in qualche modo
all'evento. La sua esecuzione in realtà invece di umiliare, glorifica
il condannato che prima di morire grida una frase raggelante:
Kamaraden, ich bin der Letzte! (Compagni, io sono l'ultimo).
Raggelante per due motivi: primo perché avverte della prossima
capitolazione dei nazisti, secondo perché nessuno, fra le migliaia di
internati, ha avuto la forza o il coraggio di commentare, di
rispondere, neppure un brusio, niente. Così, davanti all sguardo
altero delle SS, marciano sconfitti coloro che ormai hanno perso ogni
scintilla di vita negli occhi e nello spirito. La fame, il freddo, la
paura hanno il sopravvento. Levi dichiara così il senso della propria
sconfitta: Distruggere l'uomo è
difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato
breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri
sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di
rivolta, non parole di sfida, neppure lo sguardo giudice.
CAPITOLO 17
"STORIA DI DIECI GIORNI"
[SEQUENZA
101: EVACUAZIONE]
Già da molti mesi si sentiva a intervalli il rombo dei cannoni russi...
La malattia
colpisce Primo Levi in un momento che non è debilitato ed abbastanza
in forza. Per cui la scarlattina per lui si traduce in quaranta giorni
di Ka-Be, abbastanza sicuri da cedimenti fisici o da selezioni. Da
buon "anziano" ha imparato, stavolta, a portarsi il
necessario per gestire i piccoli commerci dell'infermeria. Nella
stanza degli "infettivi" la fauna umana è varia e, in alcuni
casi, straziante. Ma nel complesso poteva andare peggio. Ci sono anche
due francesi appena arrivati e, come lui, ammalati di scarlattina. Il
barbiere gli porta notizie interessanti, anzi LA notizia: domani si
evacua tutto il campo. Sebbene questa nuova sia stata agognata prima e
dimenticata poi, non produce nessun effetto in Primo Levi, ormai
abbruttito dal lager. Ma i francesi no, loro sono nuovi e, quando gli
spiega che le armate sovietiche sono cento chilometri di distanza in
avanzata, lo subissano di domande. Non hanno avuto ancora il tempo
(fortuna loro) di imparare che nel lager non si fanno domande.
[SEQUENZA
102: IN
MANO ALLA SORTE]
Nel pomeriggio venne il medico greco.
La
smobilitazione è legata alla concitazione della paura. Chi se ne può
andare se ne va, e anche chi non è in condizione di farlo ci prova.
Così due ungheresi, debilitati, si attrezzano come possono, cioè
male, per affrontare l'evacuazione. Ma, si saprà in seguito, furono
abbattuti dalle SS poche ore dopo la partenza perché non erano in
grado di affrontare il "viaggio". Levi prova a dissuaderli ma
si rende conto che forse anche lui, potendo, avrebbe fatto la stessa
cosa. Di fronte al pericolo di venire soppressi, l'istinto animale di
fuggire non regge di fronte ad alcun ragionamento. Chi è malato invece
segue un altro percorso, più defilato, ma a volte, proprio per
questo, vincente e si affida alla sorte. Così, inconsapevolmente,
Primo Levi è uscito vivo dal lager. Il saluto fraterno di Alberto, che
non potrà mantenere la promessa di rivederlo, perché morirà durante
l'evacuazione, è l'ultimo contatto col mondo esterno del lager,
com'era prima che lui si ammalasse.
[SEQUENZA
103: VERSO LA SUPERFICIE]
Nella notte dell'evacuazione le cucine del campo
avevano ancora funzionato.
Ancora
l'ultimo giorno venne distribuito il rancio e le vedette armate
restarono sulle torrette. Un maresciallo volle una lista di chi era
ebreo e chi no, come per perpetrare fino all'ultimo, con maniacale e
patologica precisione, l'atto dell'Olocausto. Ma poi fu notte e, con
tempismo eccezionale, il bombardamento colpì le baracche vuote. Iniziò
a mancare il riscaldamento, sparirono le SS armate. Allora la necessità
di trovare qualcosa da mangiare, una stufa, obbliga al grande passo,
condotto fra paura e dolore fisico, di uscire. Il lager, appena morto, appariva già decomposto. L'inferno in terra
era sconfitto e frantumato, ma non era finito il codazzo maledetto
delle privazioni e delle fatiche. Fra quello che restava delle baracche
si aggiravano i sopravvissuti, come fantasmi cenciosi, alla ricerca di
qualcosa da mangiare o scagliandosi contro i ruderi delle baracche
degli odiati blockalteste. I dissenterici, ormai privi del controllo
dei propri visceri, inquinavano ovunque, la preziosa neve, unica fonte
di acqua. Insieme ai francesi, trovati due sacchi di patate e una
stufa, l'ultimo brivido: una SS in motocicletta irrompe nel campo, ma
ha ben altro a cui pensare che occuparsi dell'inchino di un Levi,
stremato per il trasporto del pesante macchinario. Nella stanza i
malati decidono di dare una fetta del loro pane ai tre che avevano
lavorato. Siamo di fronte al primo gesto umano. Solo pochi giorni prima
una cosa del genere sarebbe stata inaudita, inaccettabile gesto
ingenuo, tipico di un novellino, destinato a entrare, presto o tardi,
nelle camere a gas. Invece ora le cose erano cambiate, l'aspetto
mostruoso e cadaverico di quello che era stato il lager, il mausoleo di
terrore e morte che esso aveva rappresentato, giaceva in miseri resti
fumanti. La sua maledizione serpeggiava ancora fra gli sventurati,
altri cadaveri si sarebbero dovuti purtroppo aggiungere nell'arco di
qualche mese, se non di qualche anno, alla feroce contabilità della
lista dei dannati di Auschwitz. Ma adesso era cominciata la metamorfosi
inversa, da Häftlinge essi stavano tornando uomini, stavano uscendo
dalla barbarie per riconsegnarsi gradualmente al consorzio civile da
cui erano stati ignobilmente strappati.
[SEQUENZA
104: VIVERE!]
Arthur si era ripreso abbastanza bene...
Ormai la
speranza di sopravvivere si era fatta strada, e le forze, poche, che
sorreggono l'Uomo nel suo infaticabile percorso di discernimento fra
bene e male, prendevano il sopravvento. La convivenza con la morte
aveva abituato Levi a non temerla più, per cui, sebbene presente nella
consapevolezza della cultura di un dottore in chimica, il rischio di
ammalarsi per il contagio di una delle tante malattie con cui si veniva
a contatto, era calcolato ma non temuto. L'insieme di espedienti e
conoscenze che permisero in quei giorni di sopravvivere erano puri atti
eroici, proprio perché compiuti da chi fino a qualche giorno prima
aveva perso ogni fiducia nella stessa parola "vita".
Inevitabilmente furono momenti dolorosi quelli in cui si dovette
scegliere forzatamente di chiudere la porta a coloro che bussavano, a
chi cercava di condividere quella piccola oasi di umanità e benessere,
che proprio perché così piccola e così esile sarebbe stata spazzata
via dall'irruenza irrazionale dei bisogni primari di chi, nel momento
della liberazione ormai prossima, si sentiva la morte scendere addosso
come una terribile beffa. Primo Levi e il suo gruppo distribuirono
patate calde, lievito, fettine di rape abbrustolite (le stesse che
erano state alla base della loro alimentazione per tanto, troppo tempo)
e fecero quello che le loro forze gli permettevano, del resto dalla
scarlattina era tutt'altro che guarito. Ma in quelle scelte, in quelle
azioni, stava riaffiorando il mai sopito e doloroso attaccamento alla
vita.
[SEQUENZA
105: ULTIMI PERICOLI]
Stando a letto, vedevo dalla finestra un lungo tratto
di strada...
Al punto in
cui si era, tutto si muoveva in direzione del ritorno alla vita. Ma
alcuni pericoli erano da tenere ancora in conto: innanzitutto il
contagio, Levi diede una serie di disposizioni su come prevenirli,
sarebbe stato stupido proprio ora morire di difterite, tifo o di chissà
quale altra faccia della sventura, sempre in agguato ma sotto controllo
a causa del freddo, si rabbrividiva al pensiero del disgelo; poi il
rischio di truppe naziste allo sbando, che potevano essere
pericolosissime. Infatti da giorni si vedeva la strada solcata dalle
truppe tedesche in ritirata e un giorno alcune SS sbandate trovarono
dei francesi, che si erano stabiliti nelle baracche dei nazisti del
campo, li uccisero tutti, con un colpo alla nuca e se ne andarono,
lasciando i cadaveri allineati sulla strada. Solo mezz'ora prima Levi e
un suo compagno erano penetrati nello stesso posto alla ricerca di
viveri, medicinali e coperte. Se quindi era alla vita, che si pensava,
ora era alla morte che si doveva badare. E la morte aveva il volto
macabro e orrendo delle trincee, che si riempivano di cadaveri
traboccanti e che abbiamo imparato a riconoscere in televisione e
nelle numerose foto sui libri di storia e un po' dappertutto.
[SEQUENZA
106: ABNEGAZIONE]
Solo una parete di legno ci divideva dal reparto dei
dissenterici.
Il portare
aiuto a chi ne ha bisogno, talvolta può segnare tutta una vita. Levi,
vincendo il ribrezzo del corridoio imbrattato dai dissenterici, portò
dell'acqua e gli avanzi della sua zuppa a due italiani, che si
trovavano dall'altra parte della parete e da quel giorno il suo nome fu
implorato da tutti. Quelle voci lo tormentarono forse per tutta la
vita. Ma se qualcuno sceglie di non aiutare, su questa scelta costruisce
le sue motivazioni, in cui rifugiarsi al risveglio della coscienza;
quando però non si può fare altrimenti ed è impossibile portare
aiuto, la mente opera un durissimo tormento dell'anima alla ricerca
della colpa, creandone spesso un complesso tremendo, che può portare
alla morte. Se Primo Levi abbia deciso di togliersi la vita per questa
o altre ragioni nascoste nel suo intimo non ci è dato sapere e più
avanti ne parleremo. Ma in quelle ore dai sentimenti assoluti, nulla
poteva avvenire senza lasciare una duratura traccia. Colpisce la forza
e la prontezza, unite all'abnegazione di Charles, che nel cuore della
notte si prese cura del povero Lakmaker, che ebbe una crisi dagli
aspetti rivoltanti, le cui conseguenze sarebbero potute essere
disastrose per tutti senza l'intervento del maestro francese.
[SEQUENZA
107: LIBERTA']
23 gennaio. Le nostre patate erano finite.
La fine
delle patate coincise con la scoperta di una grossa riserva di altre
patate, ben conservate fuori dal lager. E presto si formarono le
processioni di andata e ritorno dei fantasmi, attraverso un buco nel
reticolato. Per la prima volta, da che era stato arrestato, Primo Levi
era libero. Niente più SS, botte, lavoro, selezioni. Libertà. E
orrore, senza fine. La cronaca delle morti è agghiacciante, ha
dell'incredibile, del resto tutto del lager è incredibile. Ma
proprio perché è stato deve essere credibile e raccontato. Attraverso
continue scoperte nelle baracche lasciate abbandonate, si creavano
nuovi e proficui commerci, che permettevano di rendere la vita del
campo più livellata in fatto di "benessere".
[SEQUENZA
108: I RUSSI]
25 gennaio. Fu la volta di Sòmogy.
La morte non
conosceva requie, la sua falce mieteva in continuazione. Infaticabile.
Entrò anche nella loro stanza e portò via il cinquantenne ungherese Sòmogy,
dopo due giorni di deliro in cui ripeteva, ad ogni respiro, -Jawohl-
scatenando l'ira degli astanti. Intanto i dialoghi fra i tre
protagonisti di quei dieci giorni di autentica gloria, Levi, Charles e
Arthur si infittivano riguardo al passato e al futuro che ora avevano
una dimensione finalmente credibile. Sopra di loro continuavano i
duelli aerei, come se la morte non fosse abbastanza sazia a terra. La
notte del ventisette gennaio 1945 cessò il delirio dell'ungherese e
con esso la sua vita.
Mentre Charles e Levi portavano il
cadavere di Sòmogy poco lontano, giunsero i russi. Il francese si
tolse il cappello. A Primo Levi dispiacque non avere avuto un cappello
in quell'occasione.
A me oggi
dispiace di non aver avuto un cappello da togliermi quando egli morì.
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