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PRIMO LEVI

SE QUESTO È UN UOMO
Analisi Strutturale e comparativa del testo
a cura di Giuseppe Izzinosa




Introduzione

  

            Leggere talvolta è soffrire. Se si legge con passione e intensità, leggere significa innanzitutto patire-con (oltre, e meglio della parola "compatire"). Scrivere talvolta è dolore, soprattutto se l'opera­zione è duplice, leggere e interpretare. Si entra così nelle pieghe della vicenda narrata, si deve sof­frire parecchio, immedesimarsi nella situazione  per capire e  "tradurre" le parole di 'Se questo è un uomo'. Qualunque cosa succederà, questo libro, più di altri, mi ha cambiato. Ha lasciato qualcosa in me. Un amico mi chiese, tempo fa, cosa mi avesse più colpito di 'Se questo è un uomo',  ne rimasi indignato. Si può essere colpiti da qualcosa che suscita stupore, curiosità, interesse, ma nel com­plesso "colpire" è un concetto frivolo. Nel capolavoro di Primo Levi no, nulla mi può colpire di questa intensa e dettagliata cronaca sulla morte dell'Uomo. Una traccia invece sì. Una traccia è un segno, una ferita, una cicatrice, un dolore interiorizzato, un cambiamento profondo dell'anima. E questo sì, Primo Levi me lo ha lasciato, mi ha segnato. Ho imparato molte cose da lui e dalla sua esperienza: a distinguere  l'Uomo dall'uomo (volontaria la scelta nell'intero lavoro della maiuscola riferita al sostantivo che parla dell'essere umano nel senso nobile e della minuscola per l'essere ignobile e assassino, e ho rifiutato pure l'uso della maiuscola per la stessa parola "lager" poiché mi è parso un insulto alla dignità umana), ho anche imparato che è più fragile la personalità della persona. Ma soprattutto ho imparato cos'è la vita, quanto essa sia importante, ho "sentito" la morte nel lager, anche se non posso neppure immaginare cosa significhi, ho imparato a riconoscere i segni del degrado e dell'abiezione umana. Nel capitolo "I sommersi e i salvati" ho imparato a cono­scere i limiti dell'animo umano, al punto che ora non posso fare a meno di immaginare sovente, guardandomi intorno, fra le persone che conosco chi sarebbe un "sommerso" e chi un "salvato". So che ciò è ingiusto e pretestuoso, ma così profonda è stata la partecipazione in me, che questo esercizio mi sorge spontaneo, del resto diverse sono state le interruzioni occorse nella stesura del presente lavoro, dovute allo sgomento,  all'emozione, alla rabbia. Ma il rimpianto più grande, il dolore più amaro lo riservo per Primo Levi, per la sua scomparsa, per la perdita di questo umile e straordinario Uomo, profondo conoscitore dell'animo umano e indimenticabile amico di ore e ore di lettura, strappate al lavoro, al riposo, allo svago. Altri suoi libri ho comprato che non ho an­cora, con grande rammarico,  potuto leggere e altri ne comprerò poiché Primo Levi ormai è parte di me.

 

 

            Infine desidero qui ringraziare chi mi ha aiutato a portare a termine questo elaborato. In particolare la professoressa Maria Chiara Rossello che ha dedicato numerose ore alla correzione preliminare del testo fornendomi un'infinità di preziosi consigli. Ma anche mia moglie, cui devo una meticolosa ricerca di interviste, servizi televisivi e documenti che non avrei mai potuto reperire lavorando e studiando.

 

 

 

                                                                                                                        Giuseppe Izzinosa

 

 

 

 

 

 

 

 

I

1) Fabula

 

·        Primo Levi viene catturato dalle milizie fasciste nel corso di un rastrellamento contro i gruppi partigiani alla fine del 1943 in Val d'Aosta.

·        Dichiarandosi ebreo invece di partigiano viene tradotto al campo di raccolta di Fossoli presso Modena e da qui, insieme ad altri 650 ebrei, deportato al campo di sterminio di Auschwitz

·        Nel lager subisce il livello più basso dell'abiezione umana attraverso un tremendo percorso, fatto di umiliazioni e dolori morali, fisici e psicologici.

·        Percorrendo una serie di episodi specifici, il lager viene aperto e spiegato senza mai scadere nel giudizio o nella presa di posizione, calando il lettore nell'ambiente e nella situazione descritti, la­sciando a lui e lui solo il giudizio.

·        Ai primi di gennaio 1945 l'Armata Rossa, nel corso dell'offensiva sul fronte orientale, giunge ad Auschwitz da cui i tedeschi hanno deportato oltre ventimila ebrei, in una ritirata che lascerà sul suo percorso migliaia di morti.

·        Primo Levi, qualche giorno prima, si ammala di scarlattina, e quindi viene abbandonato a se stesso con tutti i degenti dell'infermeria del lager e, sopravvivendo a stento, ritorna alla libertà.

 

 

2) Intreccio

 

-Scomposizione in sequenze

 

CAPITOLO 1 "IL VIAGGIO"

 

[SEQUENZA 1: IL MONDO INTERIORE]

 

Il capitolo, ed il libro, iniziano con un'introspezione necessaria e severa sui sentimenti dell'autore che descrive il proprio universo interiore, precedente al lager, come un ambiente scarsamente reale i cui tratti sono determinati, più che da esperienze concrete (per altro dichiaratamente inesistenti), da im­magini di come il mondo sarebbe dovuto essere. A queste visioni contribuiscono le restrizioni e le di­scriminazioni delle leggi razziali cui Primo Levi, quale ebreo, era sottoposto da quattro anni. Poco senno..., ...un moderato e astratto senso di ribellione... sono i segnali di un disadattamento forzato, privo cioè di un vero e proprio sostegno ideologico: "Mi hanno fatto diventare ebreo"[1] avrà modo di dire in seguito, cioè non aveva con la propria appartenenza al popolo ebraico un rapporto stretto e profondo[2], era sefardita: ebreo italiano che non parlava neppure lo yddish (cosa che risulterà inaudita a due ragazze ebree russe che incontrerà sulla via del ritorno[3]). I rapporti col prossimo sono fatti di amicizie sincere: segno di onestà interiore e una grande fiducia negli altri visti attraverso gli occhi di un giovane nel pieno delle sue forze e aspettative dalla vita che ben altre prove avrebbero dovuto at­tendere.

 

 

 

 

 

[SEQUENZA 2: L'INGENUITÀ]

 

Non mi era stato facile scegliere la via della montagna...

Levi e i suoi compagni non hanno le idee ben chiare di come combattere una guerra partigiana, ma con generosità di intenti si avviano alla costituzione di una banda priva di tutto ciò che serve a far sì che essa esista e persegua i propri obiettivi (contatti, denaro, armi ecc.).

 

[SEQUENZA 3: CHI SBAGLIA PAGA]

 

A quel tempo, non mi era stata ancora insegnata...

Sebbene il distacco che accompagna la prima pagina tradisca "un'assenza di tensioni psicologiche"[4] in questa sequenza Levi compie un doloroso atto di onestà verso se stesso e i suoi carnefici ... per cui non posso che considerare conforme a giustizia il successivo svolgersi dei fatti.

 

 

[SEQUENZA 4: L'AZIONE SCATENANTE]

 

Tre centurie della milizia...

L'episodio che materialmente segna l'inizio dello stravolgimento della vita dell'autore, è qui descritto in poche righe, come un fatto quasi marginale, incapsulato nella consequenzialità delle considerazioni precedenti. L'ingenuità di Levi e dei suoi compagni è sottolineata da un lievissimo accenno ironico al fatto che nemmeno erano loro l'obiettivo delle centurie, ma una banda ben più potente e pericolosa.

 

 

[SEQUENZA 5: LA SCELTA]

 

Negli interrogatori che seguirono...

Primo Levi sceglie: si dichiara cittadino italiano di razza ebraica. Compie il "salto" che inconsape­volmente lo porterà all'inferno. Si noti il semplice e logico susseguirsi degli episodi che, riga dopo riga, spianano la strada verso Auschwitz. Quanti di noi, nelle stesse situazioni, avrebbero compiuto le stesse identiche scelte?

 

 

[SEQUENZA 6: FOSSOLI]

 

Al momento del mio arrivo...

Come si arriva ad un campo di concentramento (non di sterminio)? Ebbene le risposte che ci fornisce l'autore sono esaurienti ma allo stesso tempo drammatiche: non solo per costrizione, ingenuità, sfor­tuna, disperazione come potrebbe sembrare ovvio, ma addirittura per scelta ... per -mettersi in or­dine con la legge».

 

 

[SEQUENZA 7: CIECHI]

 

L'arrivo di un piccolo reparto di SS tedesche avrebbe dovuto far dubitare anche gli ottimisti...

Primo Levi riesce a produrre un tagliente esame di realtà non solo dei fatti oggettivi, ma anche delle reazioni dell'animo umano di fronte a verità tremende. Tutto il libro sarà, in diverse e frequenti occa­sioni, un vero e proprio trattato sui comportamenti dell'Uomo un condizioni estreme. Tutto il libro va visto in quest'ottica cui non è certo estranea la vocazione scientifica di chimico dell'autore. Non voler capire è un atteggiamento che troveremo spesso non solo nel Levi deportato, ma anche nelle popolazioni che incontrerà dopo la liberazione ma, queste, nel senso più sconcertante del non voler sapere.[5]

 

 

[SEQUENZA 8: L'INGANNO]

 

Il giorno 20 febbraio i tedeschi avevano ispezionato il campo con cura...

L'ispezione tedesca, parte di un ben collaudato copione di propaganda psicologica, è vista con disinganno, è evidente che non è il benessere degli "ospiti" che sta a cuore ai visitatori. Emerge chiara­mente dalla minaccia di 10 civili fucilati per ogni fuggiasco, che la benevolenza tedesca è volta a non scatenare il panico, ma dai dialoghi con i profughi chi vuol sentire capisce.

 

 

[SEQUENZA 9: QUALE COLPA?]

 

Nei riguardi dei condannati a morte, la tradizione prescrive...

Primo Levi conduce una considerazione breve ma profonda sul clima di espiazione e perdono che avvolge il condannato a morte nel quadro di un supremo trionfo della giustizia. Ma a Fossoli la do­manda porta le parole della sequenza: di quale colpa si sono macchiati gli ospiti del campo? I bam­bini? I vecchi? Per cui in assenza di colpa, vi è assenza di cerimoniale della condanna. Eppure a mo­rire si va. Lo stesso.

 

 

[SEQUENZA 10: IL DOLORE]

 

E venne la notte...

È una delle sequenze più commoventi di tutto il libro. In essa lo scrittore coinvolge il lettore con la domanda più dolorosa che gli possa fare: ...se dovessero uccidervi domani col vostro bambino, voi non gli dareste oggi da mangiare? È doloroso rispondere, ma ancora più doloroso ammettere che tutto questo è stato. La descrizione della famiglia Gattegno è oltremodo struggente e la certezza della morte che incombe, ormai entrata nella consapevolezza di tutti i deportati, riporta nell'animo di tutti ...il dolore antico del popolo che non ha terra, il dolore senza speranza dell'esodo ogni secolo rinnovato. Inizia il già citato percorso di Levi verso il suo essere ebreo.

 

 

[SEQUENZA 11: SOLI]

 

L'alba ci colse come un tradimento...

Ormai i deportati sono soli. Anche la luce del giorno, col semplice manifestarsi, è contro di loro. In questa solitudine essi sono "immersi in un dolore che rifiuta l'espressione narrativa"[6]. Dunque delle cose dette e fatte in quelle ore ...è bene che non resti memoria.

 

 

 

 

[SEQUENZA 12: PRIME VIOLENZE]

 

Con l'assurda precisione  cui avremmo più tardi dovuto abituarci...

I primi atti violenti non sono fisici, ma morali: il caporale comunica al maresciallo che i "pezzi" sono seicentocinquanta. Bambini: pezzi, donne: pezzi, vecchi: pezzi,  uomini: pezzi. Ma il livello della violenza va oltre, è intrinseco alla precisione che apre la sequenza, una precisione accettabile per le cose, per le merci, ma non per gli  esseri umani. Ma agli occhi dei ciechi burocrati del Reich essi hanno perso da tempo il rango di persone. Infine giungono i colpi fisici ancor più umilianti, perché distribuiti senza collera.

 

 

[SEQUENZA 13: MERCI]

 

I vagoni erano dodici, e noi seicentocinquanta...

Nel vagone, chiuso dall'esterno, sono stipati quarantacinque deportati, Levi ripercorre dall'interno l'immagine delle "famose" tradotte, il cui racconto faceva rabbrividire e che erano senza ritorno. Ora questa corre senza fretta, con lui dentro, verso il "fondo".

Il sentimento  è un misto di incredulità e di inquietudine, ma si avverte anche una sottile rassegna­zione, che traspare dallo stile mesto e asciutto che l'autore usa per descrivere tutti i passi tremendi verso l'inferno.

 

 

[SEQUENZA 14: LA RESISTENZA INTERIORE]

 

Tutti scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità perfetta non è realizzabile...

Una delle sequenze più profonde di tutto il libro. Se la felicità perfetta non esiste, allora non esiste nemmeno l'infelicità imperfetta. Un concetto matematico che ci aiuta a capire meglio come si potes­sero sopportare le terribili condizioni del viaggio. Proprio quelle cure materiali, che inquinano ogni felicità duratura ma che rendono altrettanto accettabile la sventura, distogliendocene l'attenzione, im­pediscono di precipitare nella disperazione. Paradossalmente, proprio la fame, il freddo, le percosse e i disagi rendono più vivibile l'insopportabile. Poiché la rassegnazione e la voglia di vivere sono doti che appartengono a pochi forti e loro non erano che un comune campione di umanità.

 

 

[SEQUENZA 15: LA FRONTIERA]

 

Gli sportelli erano stati chiusi subito...

Alla rapidità con cui si procede alla chiusura dei carri si contrappone la lentezza dei movimenti: il treno non parte che a sera, e viaggia lentamente fra soste interminabili. Con apprensione si leggono i nomi degli ultimi paesi italiani e il silenzio gravido d'angoscia, accompagna l'attraversamento della frontiera. Si pensa al ritorno, a quando si rileggeranno quei nomi senza più tormento e voglia di fuggire, ma con la gioia nel cuore. Invece ne "La tregua" ben altri pensieri e preoccupazioni, ma so­prattutto ricordi, graveranno sugli animi dei pochi che rileggeranno a ritroso quei nomi.[7]

 

 

[SEQUENZA 16: LO STRAZIO]

 

Soffrivamo per la sete e il freddo...

L'autore scandisce con rigorosa efficacia l'assurdità di un viaggio allucinante verso l'ignoto in condi­zioni di totale promiscuità senza acqua né cibo, le madri che gemono implorando acqua, la bestiale determinazione della scorta militare a non far avvicinare nessuno al convoglio e descrive con rara ef­ficacia le reazioni dell'umano posto in condizioni limite: crisi nervose, reazioni incontrollate vinte solo dalla stanchezza, il silenzio dei  pochi che sanno tacere e rispettare il silenzio altrui.

 

 

[SEQUENZA 17: DALL'ALTRA PARTE]

 

Dalla feritoia, nomi noti e ignoti...

La scansione iniziata nella sequenza precedente continua anche in questa ma ora sotto l'occhio se­vero e infaticabile dell'autore è l'esterno: il freddo crescente, la neve alta, i nomi ostili di località sco­nosciute, la lentezza snervante della marcia, le selve oscure e le fredde pianure, nessuno ormai si az­zarda a comunicare con l'esterno. Ormai ci si sente dall'altra parte.

 

 

[SEQUENZA 18: INFINE]

 

Si vedevano, da entrambi i lati del binario...

Il viaggio è finito. Nel nulla. Non vi è segno di vita né a destra né a sinistra del vagone. Solo una grande pianura nel cuore della notte. E silenzio. Fuori e dentro. Nell'attesa che avvenga qualcosa. Ma qualcosa avviene fra Levi e una compagna di sventura, conosciuta da anni e ritrovata nel dolore. Si dissero cose che non si dicono fra i vivi. Non sapremo mai il contenuto di quel dialogo. Nell'assoluto rispetto per l'intimità di Primo Levi non mi inquieta tanto la curiosità, quanto l'angoscia di sapere che non posso neppure immaginarlo quel dialogo, poiché sono vivo. E grave e immenso nella sua inten­sità dovette essere, se si concluse con un saluto breve, in cui ciascuno dei due salutò nell'altro la vita. E svanì ogni paura.

 

 

[SEQUENZA 19: PRIME SELEZIONI]

 

Venne a un tratto lo scioglimento.

L'apertura dei vagoni, il silenzio, il freddo (di cui non si parla ma che pure doveva essere intenso), la banchina e il primo "incontro" con le SS: una decina indifferenti, distaccate, di cui la cosa che stordisce è la fredda e semplice esecuzione del loro ufficio, anche quando questo significa assestare un colpo al viso di un uomo "reo" di attardarsi a salutare la propria fidanzata[8]. Nessun problema a la­sciare alla madre il suo bambino: assieme seguiranno la loro sorte nelle docce. Unica concessione al­l'ordine pubblico, dopo di nuovo insieme a chi protesta la separazione dai propri cari. Ma soprattutto quel vagare a caso fra i nuovi venuti, ponendo domande inequivocabili: Quanti anni? Sano o malato? Le selezioni sono cominciate: di qua la vita (!), di là la morte.

 

 

 

 

[SEQUENZA 20: ADDIO]

 

In meno di dieci minuti tutti noi uomini validi...

La prima selezione è compiuta, il primo oltraggio alla vita consumato: gli uomini e le donne che pos­sono ancora servire al Reich sono "risparmiati", gli altri: donne, vecchi, bambini destinati alla sop­pressione. Amici e parenti separati, genitori e figli, mariti e mogli, tutti in un silenzioso ed inconsape­vole addio. Ma dove l'oltraggio all'Uomo tocca il fondo della vergogna, è nell'uccisione dei fanciulli. Qualunque ne sia stata la logica scatenante, a questa infamia non ci sarà mai requie nelle coscienze dei giusti.

 

 

[SEQUENZA 21: PRESAGIO]

 

Emersero invece nella luce dei fanali due drappelli di strani individui.

Ed ecco la prima schiera di "morti viventi" che vanno incontro ai nuovi venuti, che percepiscono im­mediatamente che di lì a poco si consumerà l'orribile metamorfosi: anch'essi saranno così.

 

 

[SEQUENZA 22: L'UMANO CARONTE]

 

Senza sapere come, mi trovai caricato su di un autocarro...

Il trasporto prosegue in un camion interamente buio, sul quale viene il dubbio di essere senza scorta e il desiderio di saltare giù è forte, ma presto, nel viaggio verso l'inferno, ci si accorge che una scorta -e armata- c'è. Senza pudore chiede orologi, oro o altro, provocando nel drappello di sventurati  collera e riso e uno strano sollievo: anch'egli è un uomo, caronte, ma debole uomo.

 

 



[1] Marco Belpoliti, Primo Levi - Edith Bruck Conversazioni e interviste, Torino, Einaudi, 1997, pg. 269.

 

[2] "Uno dei paradossi dell'esistenza ebraica è quello per cui chi è ebreo continua a rimanere tale anche se non ha fede o se non osserva nessuno dei precetti della legge ebraica" Scialom Bahbout, Ebraismo, Firenze, Giunti, 1996, pg. 4.

 

[3] Primo Levi, La tregua, Torino, Einaudi, 1963, pg. 134.

 

[4] Claudio Toscani, Come leggere "Se questo è un uomo", Milano, Mursia, 1990, pg. 33.

 

[5] La tregua, op. cit., pg. 61.

 

[6] Come leggere "Se questo è un uomo", op. cit., pg. 36.

 

[7] . Sorge un piccolo ma secondario dubbio: in questa sequenza Primo Levi afferma che di quel vagone (di gran lunga il più fortunato...) tornarono soltanto in quattro, mentre ne "La tregua" di tutti i seicentocinquanta partiti fecero ritorno solo in tre. Dato il relativamente breve periodo di tempo intercorso fra "Se questo è un uomo" e i fatti avvenuti e il maggior tempo trascorso fra essi e la stesura de "La tregua" sarei propenso a credere che sia più verosimile che fossero quattro reduci del vagone e non tre dell'intera tradotta. Ritengo comunque questa nota di macabra contabilità sostanzialmente marginale rispetto all'insieme delle due opere. La tregua, op. cit., pg.252

 

[8] In diverse occasioni quali interviste, libri, conferenze e altro, Levi tornerà sulla cieca, maniacale e brutale burocraticità degli esecutori del genocidio, individuando in essa la maggior colpa del popolo tedesco

 

 


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