Conversazione con Ferruccio Maruffi
Cominciamo
con il suo arrivo al lager, perché è stato deportato a Mauthausen?
Ho fatto parte di una delle prime
formazioni partigiane dopo l'8 settembre in val di Lanzo, sono stato catturato
durante un rastrellamento nel marzo del 1944. Dopo un brevissimo periodo di
carcere a Torino, sono stato deportato a Mauthausen, ove sono arrivato il 20
marzo 1944, e sono stato liberato l'anno dopo: il 5 maggio del 1945, sono
rimasto ancora un mese nel lager e poi sono tornato a casa.
Qual
è l'impatto con il lager?
Possiamo dire che il primo lager è lo
stesso carro bestiame, dove si fa il viaggio, in cui 50/60 persone sono
rinchiuse e convivono per tre giorni e per tre notti, se vanno a Mauthausen, se
disgraziatamente vanno ad Auschwitz, convivono per sette/otto giorni e
sette/otto notti. Quindi una promiscuità molto difficile da superare, l'unico
elemento al di fuori dell'uomo dentro il carro è un grosso bidone in cui tutti
fanno quello che devono fare; questa situazione si protrae sino a Mauthausen.
Bisogna cominciare a vincere nuovi imprevedibili momenti, la puzza proveniente dal
bidone si attenua soltanto quando all’arrivo vengono aperti i carri e
respiriamo un momento di aria fresca. Ma dura poco, perché mentre saliamo, in
fila per cinque, verso il lager (circa due chilometri di strada) vediamo in
alto una nuvola grigia, cominciamo a sentire un altro odore sgradevolissimo e
più ci avviciniamo alla fortezza in cima alla collina, e più quest'odore
sgradevole impregna di nuovo le narici, ed è anche peggio dell'odore di prima.
Proviene da questa nuvola, che poi si restringe e diventa nera. Quando
arriviamo davanti a questa fortezza vediamo che finisce dentro un camino, in
realtà non entra nel camino, ma ne fuoriesce. Capiremo poi in seguito che è la
puzza dei corpi cremati poiché il forno crematorio di Mauthausen funziona
ininterrottamente dalla sera alla mattina e dalla mattina alla sera. Questo
odore ce lo saremmo portati dietro fin quando o morivamo o saremmo
sopravvissuti.
Quando
aprivano le porte del carro bestiame, alla stazione di Mauthausen, quali erano
le voci che sentivate?
Erano le voci delle SS che ci
aspettavano al varco, che urlavano di scendere in fretta, di metterci in fila
per cinque, come i soldati, ma c'era gente che era sfinita dal viaggio, io ero
giovane, avevo vent'anni, ma c'erano persone anziane. Infatti con noi c'erano
coloro che avevano scioperato in quel periodo nelle fabbriche del nord
soprattutto, ed erano uomini di quaranta, cinquant'anni e anche più, per loro
era più difficile che per noi giovani sopportare tutto questo.
Le
camere a gas di Mauthausen funzionavano in continuazione?
No, a Mauthausen c'era una camera a
gas, ma funzionava pochissimo, c’erano già fin troppi morti da cremare dal
mattino alla sera e viceversa . Ha funzionato invece a dismisura nell'ultimissimo periodo del lager quando i nazisti,
pensando di non lasciare tracce nefaste del lager, avevano cominciato ad
eliminare coloro che erano in condizioni fisiche più precarie degli altri.
Stiamo parlando della fine del mese di aprile del '45.
Secondo
Primo Levi, i testimoni si sono salvati grazie ad un insieme di combinazioni
fortuite, quindi sono testimonianze parziali quelle di chi si è
"salvato", ma chi ha vissuto il lager in tutta la sua realtà fino in
fondo sono coloro che non sono tornati, cioè i "sommersi". Lei
concorda con questa considerazione?
Ho frequentato Primo Levi a lungo, è
stato un grande amico e un grand'uomo. Un uomo buono con il culto per la
verità. Per esempio quando parla dei sommersi
e dei salvati, deve
testimoniare anche quel dramma: è il suo ultimo libro. Ma partendo da un
principio molto importante: egli riteneva che il fatto stesso che ci fossero
stati dei deportati fortunati o che potevano anche aver rubato il pane al
proprio compagno, l’aver creato e istituzionalizzato un ambiente di questo
genere, in cui un uomo perde le sue caratteristiche di umanità, era la colpa
maggiore dei nazisti, al di là di tutte le strutture del male che già c'erano:
camere a gas, forni crematori, lo schiavismo, il freddo, la fame eccetera.
Violentando l'intima essenza dell'uomo poteva, per assurdo, capitare che
persone che pure erano state amiche, per la fame potessero giungere a rubarsi
il pane ,ma sono stati casi isolati, casi limite, io per esempio non ne ho
visti. Ma se lui l'ha scritto è perché ci sono stati. L’aver creato una struttura
di crudeltà e di morte nei confronti di coloro che erano: ebrei, antifascisti,
omosessuali, testimoni di Geova eccetera, era stata un’infamia senza eguale, ma
istituire un lager in cui gli uomini perdono la propria personalità, secondo
Levi, era la maggiore infamia perpetrata ed alla quale avremmo dovuto opporci
con tutte le nostre forze.
Le strutture e la vita nel campo sono
stati descritti e analizzati in tutti i modi. Forse si è parlato un po' meno
del comportamento dell'uomo. Questa domanda è pertinente proprio a questo
aspetto. Possiamo infatti rilevare una differenza di questo genere: coloro,
come gli ebrei, che sono stati deportati sovente in gruppi di famiglie intere,
hanno avuto un impatto col lager certamente diverso da chi come deportato politico
si era schierato apertamente contro il nazismo. Ho avuto la fortuna di
incontrare dei compagni che mi hanno insegnato moltissimo, innanzitutto a
continuare a sentirmi contro quel sistema di aberrazione. Invece un ebreo, un
rastrellato hanno vissuto il lager in modo assolutamente diverso: sono stato
tante volte con Primo Levi (era lui che mi chiamava, anche perché io non avevo
avuto accesso alle scuole per un lungo periodo di tempo poiché ero un deportato
politico e temevano che andassi a fare chissà quale propaganda -Tanti presidi,
infatti erano stati fascisti e non vedevano con simpatia un antifascista-) e
anche da queste testimonianze risultava qualcosa di diverso rispetto a ciò che
noi avevamo vissuto. Però tutto questo finiva nell'accomunarsi in una sorta di
"vivere comune" questa esperienza. Primo Levi ha riassunto questi
aspetti in una frase lapidaria riportata in "Se questo è un uomo"
detta da un altro internato "Tutto possono farci ma non possono privarci della facoltà di negare il consenso".
Che è la cosa più importante di tutte, che è come dire: "tu mi uccidi ma
io non ti do il consenso di farlo. Mi uccidi perché sei grande e grosso, sei
armato, puoi farlo ma non ti do il consenso". Concetto questo che è alla
base della democrazia. L'uomo ha questa possibilità di dare o di non dare il
consenso, è la sua ricchezza. La libertà di dare o non dare il consenso è il
suo valore più grande, un valore che è proprio della democrazia e non della
dittatura. Primo Levi va interpretato in questo senso.
Sempre
Primo Levi dice che i rapporti fra internati erano complessi in quanto il lager
era a una babele di lingue e la lotta per la sopravvivenza non aiutava a
instaurare una qualche forma di rapporto "umano". Quali erano i
rapporti fra voi a Mauthausen?
Anche questo è un concetto da chiarire.
Il potere cerca di dividere. Noi abbiamo vissuto nel lager nel senso opposto al
potere che ci dominava. Ma seguendo in un certo senso la stessa linea. Facevamo
il contrario di quello che volevano: acquistavamo amicizia e solidarietà. Ma
non perché diventavamo più bravi improvvisamente, ma perché era una metodologia
di resistenza. Per cui le differenze di razza non c'erano, le differenze di
opinione politiche non c'erano o, se c'erano, erano sfumate, nel senso che era importante
vivere. E per vivere bisognava che comunque noi ci aiutassimo. Pure se fra
persone diverse che non si erano mai conosciute. L'importante era questo: stare
contro quel sistema, e per farlo bisognava non odiare. Loro, al contrario
avrebbero voluto essere odiati, perché in un certo senso si autogiustificavano
del male che potevano fare. L'odio è un sentimento che diminuisce le forze. Chi
odia diventa sempre più impotente. Laggiù bisognava invece mettercela tutta.
Odiare sarebbe stato un lusso che non potevamo permetterci. Dunque non perché
eravamo "bravi", ma perché dovevamo essere attenti: le SS o i kapo
arrivavano addosso improvvisamente. I nazisti per contro si ispiravano ad
un’ideologia fondata ossessivamente sull'ordine più assoluto. A Mauthausen,
dove migliaia di persone morivano o sopravvivevano a fatica, il piazzale dell'appello era pulito al punto
che mancava solo la cera per terra... i nazisti avevano la divisa sempre
perfetta, le scarpe lucide, erano uomini come noi, col naso, la bocca, le
orecchie, gli occhi come noi, e fuori dal lager avevano le famiglie, la
villetta, il cane, il gatto, i bambini che giocavano.
Lei
come se lo spiega tutto questo?
L'ideologia accompagnata da un
crescente lavaggio del cervello. Bisogna tener conto che in Germania, fino al
1933, c'era la Repubblica democratica di Weimar, che molti grandi umanisti
furono tedeschi: Goethe, Shiller e altri ancora. Un popolo che si era affermato
nelle arti, nella musica, nella cultura... Come aveva potuto questo popolo
accettare e diventare complice del nazismo, se non attraverso il procedimento
(tutto sommato persin semplice) della spersonalizzazione. Allora non c'erano i
mezzi di comunicazione che ci sono oggi come la televisione e così via...
c'erano le grandi parate, le adunate oceaniche. Non c'erano conflitti, eppure i
lager c'erano già (il primo venne fatto nel '33 con l'avvento di Hitler al
potere) e con i lager c’era un unico centro di informazione: ovvero la stampa
del regime e insieme i discorsi roboanti del loro capo e la creazione di un
nemico comune: l'ebreo, in questo caso. Ma perché tutto questo? Perché nasce
una dittatura come quella nazista? Da dove comincia se non da un terreno di
miseria, di disoccupazione? Negli anni trenta l'Europa stava attraversando un
periodo terribile, la Germania forse più di tutti: Hitler ha avuto buon gioco,
è arrivato, ha detto "Io vi do lavoro", e ha dato lavoro...
stringendo patti con i produttori d’acciaio, con i Krupp, all'epoca era
l’acciaio che contava, oggi è il petrolio. Ha cominciato a costruire e ha dato
lavoro. Soltanto con questo metodo? No! Perché prendersela con gli ebrei?
Perché cacciandoli via dai posti di lavoro, si creava nuovo lavoro. Questo
meccanismo era ben orchestrato ed ha funzionato bene per sei anni riuscendo a
conquistare il consenso anche se ha avuto una forza contraria molto forte. I
tedeschi antinazisti hanno fatto parte di un movimento che non ha avuto eguali
altrove, ma li arrestavano, li torturavano e li rinchiudevano nei campi di
concentramento ove morivano. Il primo lager è stato fatto nel '33 a Dachau, ma
dal '33 al '39 ne hanno fatti altri, Buchenvald, Flossemburg, Sachsenausen,
Orianiemburg, uno specifico per le donne quello di Ravensbruk ove sono morte
oltre novantamila deportate. Allora, ripeto,
non c'era la guerra. Non c’era solo il progetto di uccidere l'avversario
politico o l'ebreo, ma un disegno che era alla base di tutte le strutture di
morte che il nazismo nascondeva: quello di creare un impero economico quale mai
sarebbe esistito, perché far lavorare la gente senza pagarla, consente di
progredire a qualunque industria. E loro facevano lavorare i deportati, davano
loro pochissimo da mangiare, anche se morivano ne deportavano altri. Durante il
periodo fra il 1933 e il 1939 in cui non c'era nessuna guerra in Europa, molti
deportati venivano impiegati nelle foreste, e in lavori simili. Poi quando è
iniziato il conflitto sono entrate in campo le industrie che, non avendo più
mano d'opera (perché gli operai erano al fronte) hanno utilizzato quella dei
deportati. Anche in questo l'organizzazione dello sterminio era perfetta le SS
davano i deportati in "affitto" alle industrie che pagavano un tot
che era infinitamente meno di quanto esse spendessero per mantenerli. Quindi
ricavavano un gran beneficio a far lavorare milioni di persone in quel modo.
Lei
nel '38 aveva 14 anni. Si ricorda l'impatto delle leggi razziali in Italia?
Beh! Mi ricordo che avevo due o tre
compagni ebrei nella mia scuola ma per me era difficile capire perché essendo
ebrei non potessero studiare con noi.
Ma
la gente ne parlava? E come reagiva?
La gente tutto sommato si era adattata
alla situazione, non c'è stata nessuna vera rivoluzione contro il fascismo...
chi era contrario ne parlava in famiglia, come nella mia che era antifascista...
ma in altre famiglie non fu così. Si dichiarò guerra alla Francia e nessuno si
ribellò apertamente. C'era il solito mugugno ma non vera e propria ribellione.
Chi non era fascista aveva un lavoro inadeguato: gli si offriva la tessera del
partito e se la rifiutava, soprattutto nel campo della cultura, perdeva il
posto di lavoro. In Italia c'erano le Case del fascio che erano dei posti di
controllo. Per cui se "pescavano" qualcuno nel bar a dire qualcosa
contro il potere, potevano chiamarlo, com'è successo a me, per dirgli in
sostanza "stai attento a quello che dici", si poteva arrivare
all'olio di ricino. Poi c'erano le schedature. Gli schedati, quando si
spostavano da una città all'altra, all'arrivo venivano rinchiusi per timore che
fomentassero disordine. Per gli antifascisti militanti –e non furono pochi- fu
creato il Tribunale Speciale e il confino di Polizia. Tutto sommato non era la
situazione tedesca, anche se ancor oggi in Germania a parlare di queste cose,
per esempio a Berlino ove c'è un monumento contro il nazifascismo, si leggerà e
si sentirà parlare di antifascismo, non antinazismo. Perché loro sostengono che
siamo noi che l'abbiamo inventato, Hitler l'ha solo "perfezionato".
Mentre sulla questione delle leggi razziali fu Mussolini a scimmiottare Hitler
pur senza arrivare a quegli eccessi. Certo, vi furono anche da noi i campi di
concentramento ma non si giunse ai livelli dell'orrore tedesco.
Torniamo
al lager: proviamo a fare la cronaca di una giornata di quell'inferno.
La giornata tipo, salvo qualche
variazione da campo a campo (purtroppo ne ho girati alcuni), cominciava con la
sveglia alle quattro e un quarto del mattino oppure alle quattro e un quarto
della sera anche a seconda dei turni -sempre di dodici ore- che si facevano (si
lavorava anche di notte). Si dormiva dentro baracche di legno, in strutture a
castello, anch'esse di legno, a tre piani, larghi ottanta centimetri e lunghi
un metro e ottanta. Su ciascun piano ci stavano tre deportati (nell'ultimo
periodo addirittura cinque). Per vestiario avevamo una camicia e una mutanda,
un paio di pantaloni e una giacca, questo indipendentemente dalla temperatura
che poteva essere di venti gradi sopra o sotto zero a seconda delle stagioni.
La giacca e i pantaloni ci servivano da cuscino. Alla sveglia, dovevamo
scendere indossando la camicia e le mutande, e andare in un'altra baracca che
era all'esterno. In questa baracca c'era un lavabo multiplo ove, a torso nudo,
dovevamo lavarci. La baracca poteva contenere da seicento a novecento uomini divisi
nei due turni di lavoro diversi a seconda dei periodi. Eravamo sorvegliati
affinché ci lavassimo bene, anche se poi non c'erano asciugamani, per cui
dovevamo asciugarci con la sola camicia, con qualunque temperatura. Si tornava
poi, sempre di corsa, dentro la baracca dormitorio ove dovevamo rifare il piano
ove avevamo dormito. Considerando che il "materasso" era costituito
da un sacco di tela pieno di trucioli di legno, era difficile farlo diventare
liscio, poi bisognava mettere la copertina sopra e fare in modo che fosse a
posto. Era difficile, ma alla fine si faceva. Finito questo rito, ci mettevamo
la giacca e i pantaloni e uscivamo di corsa indossando degli zoccoli o
scarponi, quello che si trovava. Queste "calzature" non ci appartenevano,
ma le lasciavamo in un angolo, nel riprenderle mettevamo quelle che capitavano.
Prima di uscire però prendevamo il caffè. Si trattava di un quarto di litro di
liquido amaro che era importante trangugiare, infatti se ci sorprendevano a
bere acqua, o lavandoci o in altre occasioni, potevamo essere uccisi. Questo
perché le SS temevano che l'acqua fosse inquinata e che di conseguenza si
diffondessero epidemie che potessero contagiare anche loro. Quindi si usciva.
Si correva a fare l'appello, che durava normalmente da mezz'ora a quaranta
minuti. In questo lasso di tempo si facevano esercizi ginnici, per come
potessero farlo persone che stavano appena in piedi... Uno degli esercizi
consisteva nel mettersi e togliersi ritmicamente il berretto per un quarto
d'ora, era una fatica inutile, ma serviva a spersonalizzarci sempre un po’ di
più. Poi, di solito alle sei, si entrava nel luogo di lavoro, nel mio caso si
trattava di una galleria, per dodici ore con un intervallo di mezz'ora in cui
ci davano una zuppa di rape. Quando si ritornava alla baracca c'era di nuovo il
rito dell'appello, poi il lavaggio, poi la distribuzione del pane, poi c'era la
rasatura dei capelli e di altre parti del corpo a cui non ci si poteva
sottrarre, altrimenti si rimediavano venticinque frustate sul sedere. Essendoci
pochi barbieri si trattava di fare la coda, stanchi e in piedi, dopo una
giornata di lavoro. Ma non era finita ancora, c'era la punizione (cui bisognava
assistere) di chi non aveva sistemato bene il materasso al mattino, anche lì
c'erano le solite venticinque frustate. Infine ci coricavamo. Ma nemmeno il
riposo era una cosa sicura, infatti nel cuore del giorno o della notte, a
seconda dei turni di lavoro, si poteva essere svegliati di soprassalto per
improvvisi controlli dei pidocchi, “Loisencontrol” si chiamava
quell’operazione. Si può ben capire che tutte queste "procedure"
portavano via tanto di quel tempo, che comunque le ore di quello che sarebbe
dovuto essere il riposo, erano poi quattro o cinque. Si lavorava sempre: per noi
non c'era la domenica o il Natale.
Quale
lavoro svolgevate nel lager?
Nei lager dove sono stato inviato (uno
di questi si chiamava Gusen 2) ho lavorato in galleria, in quegli anfratti si
costruivano le parti metalliche degli aerei che venivano poi trasferiti per
l’assemblaggio dei motori ecc. Le nostre mansioni erano praticamente di
manovali, e meno peggio si trovavano quelli che avevano un mestiere pratico
come il muratore o il meccanico, piuttosto che coloro che erano professori o
avvocati.
La
disperazione non spingeva al suicidio?
Qualche suicidio ci sarà pure stato,
eravamo migliaia e migliaia di persone, ma non succedeva quasi mai. O perlomeno
accadeva con una percentuale di gran lunga inferiore a quanto succede nella
vita di tutti i giorni. Questo perché l'uomo, nel lager, si rende conto che
possiede soltanto la vita. I fili spinati, attraversati dall'alta tensione,
erano certamente progettati per evitare la fuga, divenivano anche una sorta di
attrazione fatale, come a dire "buttati lì e falla finita!", e per
chi stava male o non ne poteva più, erano un vero e proprio incubo. Bisognava
vincere anche quella tentazione. E si poteva vincere solo se era prevalente la
voglia di vivere, il senso della vita, l’unico vero possesso che ha l'uomo.
L'uomo deve possedere qualche cosa, foss'anche un pezzo di carta, una matita.
Nel lager possedeva solo la vita e allora certamente la difendeva, la amava. Si
può amare una vita di quel genere? Sì, si può, nessuno può aver amato la vita
più di chi è stato nel lager. Una vita appesa a un filo, si dipendeva dai
capricci di un kapo, per un sì o per un no (come recitava Primo Levi).
Cos'era
la "Corrida"?
Quando un deportato cadeva in disgrazia
(si era tutti in disgrazia, ma talvolta c'era qualcuno che veniva preso di mira
per i motivi più disparati), veniva rincorso da quattro o cinque kapo (talvolta
si aggiungeva qualche SS che dirigeva la "caccia") fino a chiudergli
ogni via di fuga, lui capiva che volevano ucciderlo, quindi cercava di sfuggire
ai suoi aguzzini (di solito quattro o cinque) finché arrivava nei pressi dei
fili spinati. Kapo, e SS sghignazzavano, lui non si buttava e alla fine loro ce
scaraventavano contro. Noi non abbiamo mai saputo se i suicidi erano tali o
fossero omicidi. Io vidi un solo
deportato attaccato ai fili, senza vita, ma non ho mai avuto la certezza che
lui si fosse suicidato o che lo avessero spinto contro i reticolati
elettrificati.
Lei
parlava tedesco?
No.
Questo
non le creò problemi, incomprensioni o difficoltà di qualche genere?
Nel lager c'era una specie di
esperanto. Bisognava conoscere le parole principali: il nostro numero
innanzitutto. Quando arrivavamo nel lager perdevamo la nostra personalità ci
assegnavano appunto un numero, il mio era 58973, sono sempre stato chiamato
così, in tedesco o polacco che erano le due lingue che si parlavano nel lager.
Il
numero glielo hanno tatuato?
No. Ci davano una piastrina su cui
c'era il numero, e poi sulla giacca avevamo un triangolo rosso su cui erano
riportate con la sigla “It” anche quelle cifre.
Ce
l'avevate anche voi l'incubo ricorrente, di cui parla Primo Levi, del non
essere creduti al vostro ritorno?
Certo, era un timore che abbiamo avuto
sempre noi stessi, appena liberati ci siamo guardati in faccia chiedendoci: ma
è possibile che sia successo? Era successo. Le citerò un episodio: nelle
gallerie assistemmo al pestaggio di un prigioniero davanti ad una SS (noi
dovevamo sempre assistere a queste punizioni dettate dai pretesti più banali),
quando l'aggressione finì e il malcapitato non si muoveva quasi più, l'SS si
rivolse a noi altri dicendoci: vedete,
noi possiamo farvi tutto, farvi morire di sete, di fame, possiamo uccidervi. Ma
se per caso uno di voi tornasse a casa e lo raccontasse, non gli crederebbe
neanche sua madre. Me la sono ricordata bene quella frase, perché era
possibile che accadesse. Come si poteva raccontare quanto vedevamo? Noi stessi
facevamo fatica a capire che cosa fosse successo. Si può anche capire che
l'uomo uccida, l'atto violento c'è sempre stato, ma che si possa allestire uno
sterminio così organizzato, così metodico era ed è inconcepibile.
Qual
era il rumore dominante nel lager?
In effetti, mi sono poi accorto, dopo
la liberazione che di tutto quello che c'era stato, che avevo visto, che avevo
passato, ciò che più mi aveva fatto male, più delle frustate, più di tutto il
resto, era il rumore.
Era un rumore assordante. Tutto veniva
accompagnato dal frastuono: scendere dal “letto” a castello, l'uscire dalla baracca, il colpo di gomma, il mettersi
in riga, l'appello, tutto era sempre immerso nel rumore, non si parlava come si
parla ora fra noi, non esisteva questo tipo di linguaggio da parte loro. C'era
solo l'urlo. Ogni parola era un urlo: l'insulto diventava un boato.
C'è anche una spiegazione, secondo me
in questo, che fa parte dell'organizzazione del lager, ma anche del potere in
quanto tale. Il potere grida sempre, ha sempre una voce stentorea. Non parla
come noi: chi ha in mano il potere usa una voce forte che è quasi un grido.
Soggioga più quello che la frustata. Ti penetra meglio dentro fiaccando le tue
forze anche più di quanto possa fare un atto violento.
Riascoltando oggi i discorsi di Hitler,
si capisce perché il popolo tedesco avesse aderito e ne fosse diventato
complice. Lui non parlava, era un attore che urlava, con una capacità di
coinvolgimento eccezionale. Così era anche Mussolini. Entrambi esercitavano il
potere con la voce amplificata. Quindi in definitiva mi sono reso conto che era
questo il metodo per sottomettere tutto e tutti, l'urlo non soltanto il
pestaggio con il tubo di gomma. La lingua spesso colpisce molto di più di
quanto non faccia il gesto.
La
dignità umana era calpestata, ma c'erano casi o episodi in cui essa riemergeva?
L'uomo fa una certa abitudine a subire
tutto. Quello che bisognava respingere, se si voleva resistere un po' di più,
era l'umiliazione diretta. Bisognava respingerla mentalmente, così mi avevano
insegnato quelli che erano più "anziani" di me, fin da quando ero
arrivato nel lager. Non era facile. Le racconto un episodio. Tutti portavamo i
capelli rasati con una striscia a zero larga due o tre centimetri posta al
centro della testa che partiva dalla fronte e arrivava alla nuca. Tutte le
volte (rare peraltro) che incontravamo una SS dovevamo metterci sull'attenti,
toglierci il berretto e, chinando la testa, mostrare la striscia. Era una
pratica umiliante, certo non dolorosa come le frustate. La vivevo con
difficoltà, mi sentivo marchiato come una bestia. Per superare questo senso di
avvilimento, un deportato saggio (ce n'era sempre qualcuno per fortuna) mi
suggerì un modo di superare un momento così triste attraverso un ragionamento
semplice: mostrando quella riga, alla SS esibivo un elemento d'onore. Era lui
invece che, nella sua divisa, avrebbe dovuto sentirsi svergognato. Entrare
dentro questo meccanismo mentale poteva darmi una certa forza per superare
l'affronto.
In un rarissimo momento in cui non
c'era un kapo e ci si poteva radunare furtivamente, sorpresi un gruppo di
deportati, avvocati, ingegneri, gente che era abituata a vivere bene, che
ordinavano da mangiare. Praticamente ciascuno a turno dava un appuntamento
immaginario in un ristorante e descriveva il pranzo, il cameriere che arrivava,
e ciascuno ordinava a piacere finendo col dessert e il caffè. Era una delle forze
emergenti dell'uomo: l'ironia. Questi deportati erano creature eccezionali. Un
uomo che sa fare ironia su se stesso è già un punto avanti agli altri.
Nel lager vi erano alcune forze che
aiutavano a sopravvivere: la Fede religiosa, chi ce l'aveva, la fede politica,
la poesia, la musica, che non esistevano nel lager, ma nella testa. Come i
ricordi erano risorse morali nascoste dentro di noi, che diventavano
importanti. E questo poteva succedere anche nel lager. Era un po' la prova di
forza dell'uomo. Poi si moriva lo stesso. Però in ritardo, foss’anche di cinque
minuti. Perché amando la vita, facendo affidamento su se stesso, ciascuno
tirava fuori tutto quello che aveva nel cuore per poter vivere un po' di più.
Lo abbiamo capito anche quando siamo stati liberati, infatti dopo la
liberazione morirono ancora tremila persone, nel tempo che io rimasi là (circa
un mese). Era gente destinata a morire, ma quelli che sono morti il giorno dopo
la liberazione, se non fossero stati liberati, non sarebbero morti quel giorno,
magari due o tre giorni dopo, fin tanto che avrebbero fatto ricorso alle loro
estreme risorse. Quando sono stati liberi hanno forse fatto affidamento sugli
altri, ma questi non potevano fare niente o ben poco per creature in quelle
condizioni.
Fra
i tanti insegnamenti del lager, qual è quello, che più di tutti, si sente di
trasmettere al termine di questa conversazione?
Penso che il lager abbia anticipato la
classifica dei mali del mondo. I mali dell'uomo per intenderci. Per tante
malattie che ci possono essere, la più brutta è la solitudine, e il lager
questo lo ha evidenziato. Si poteva vivere in mezzo a migliaia di persone e
sentirsi disperatamente soli. Non soltanto per il problema delle lingue. Come
accade spesso nella vita di tutti i giorni, l’uomo ha bisogno che qualcuno che
gli da una mano. Non la droga, che è l’effimera cura della malattia della solitudine dei ragazzi, e il tormento
infinito delle persone spesso senza parenti o amici con cui dialogare. Nel
lager era vietato parlare, i cartelli erano dappertutto, se si veniva
"sorpresi" a parlare si poteva essere uccisi. Ma si parlava lo
stesso. Io parlavo con i russi e coi polacchi in piemontese e loro nella loro
lingua, non capivamo un accidente di niente, ma parlavamo perché c'era
questa necessità in qualche modo di colloquiare, proprio per vincere questa
solitudine che si poteva avere dentro. Il lager, al di là dall’evidenziare
tutte le brutture che ci sono state (l'umanità ne ha viste da sempre, e i
nazisti le hanno istituzionalizzate e perfezionate), ha insegnato soprattutto
questa: che l'uomo deve parlare, comunicare per vincere il proprio isolamento.
Di Primo Levi ricordo sempre la sua
ultima poesia, che è un testamento spirituale, dal titolo "L'esercito dei
morti invano" in cui volontariamente o involontariamente tratta proprio
del problema dell’incomunicabilità. Rivolgendosi ai potenti della terra
chiamandoli "vecchie volpi argentate" li vorrebbe chiudere in un
castello dotato di tutte le comodità e lasciarli uscire solo quando si fossero
messi d'accordo. Fuori da quel castello, egli scrive, ci saremo noi: l'esercito
dei morti invano. Non solo quelli dei campi di sterminio, ma anche i
desaparecidos di Buenos Aires, le vittime dei bombardamenti di Dresda ecc. Che
i “potenti” dunque si sbrighino a decidere. Perché fuori si muore. Indica
dunque il dialogo come unica via di soluzione e non le bombe.
Ahimé, capita che nessuno ascolti, e
allora si continuerà a morire.
Bibliografia di Ferruccio Maruffi:
-
Codice Sirio
-
La pelle del latte
-
Francesco Alberini. Un resistente nel lager (Mauro Begozzi e
Ferruccio Maruffi)
-
La fanciulla vestita di blu
-
Laggiù dove l’offesa
-
Fermo posta Paradiso
Tutti i volumi sono disponibili presso:
STAMPERIA RAMOLFO EDITRICE CARRU’ (CN)
0173-750458
Torino 23 febbraio 2002 - 8 gennaio 2003
vietata la riproduzione anche parziale senza l'autorizzazione dell'autore.
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