VISITA ALLA PORTA DELL'INFERNO

Visita il sito della Fondazione ex campo Fossoli
Il tramonto di Fossoli

Io so cosa vuol dire non tornare
A traverso il filo spinato
ho visto il sole scendere e morire;
ho sentito lacerarmi la carne
le parole del vecchio poeta:
"Possono i soli cadere e tornare:
a noi, quando la breve luce è spenta,
una notte infinita è da dormire"

Primo Levi
7 febbraio 1946


           Fossoli è un piccolo paesino alle porte di Carpi, poco sopra Modena.
Lo si attraversa in qualche minuto, qualcosa in più nel raro caso in cui si voglia rispettare il limite di velocità che, lo ricordiamo, nei centri urbani è di cinquanta kilometri orari.
Se la radio, la noia o la conversazione di bordo sono sotto il livello di guardia, non si possono non vedere ad un certo punto alcuni cartelli "turistici" che si susseguono indicando l'Ex campo di Fossoli. I più indifferenti tirano dritto, i curiosi che hanno anche un po' di tempo no. E seguono quei cartelli fino ad arrivare davanti ad un lungo reticolato dietro cui sorgono dei casolari diroccati.
Quella fu la porta dell'inferno.
Va detto che se non si presta attenzione all'ambiente circostante, il rischio di tirare dritto è forte. Infatti non c'è filo spinato, non ci sono torri di vedetta, non ci sono monumenti davanti all'ingresso che possano richiamare all'immaginario collettivo di un lager.
Ciò non toglie che quello fu l'anticamera del lager. Se vogliamo essere più precisi: quello di Fossoli fu un campo di concentramento, a differenza di un lager, non aveva camere a gas, non si era condannati ai lavori forzati e non era la morte sul posto l'obiettivo della sua costruzione.
Il campo di Fossoli serviva a radunare persone: dapprima prigionieri alleati in una tendopoli piuttosto ampia che sorge sul retro del campo che si può visitare, successivamente fu adibito a campo di raccolta per oppositori politici e successivamente, alla fine del 1943 con l'avvento della Repubblica Sociale con la costruzione delle parti in muratura, diventò campo di concentramento per ebrei e detenuti politici. Ai primi del 1944 la gestione passò direttamente alle SS che trovarono comoda la sua posizione per far partire i convogli verso i lager in Germania. Perché le autorità italiane avessero deciso di collocare proprio lì un campo di prigionia resta un mistero indecifrabile.

Da Fossoli partirono almeno 5.000 prigionieri verso l'inferno. Fra loro anche Primo Levi che ne parla nei primi capitoli di "Se questo è un uomo" (vedi sequenze 6-12 del capitolo 1 dell'analisi strutturale di 'Se questo è un uomo'). Successivamente, alla fine della guerra le abitazioni vennero occupate da sfollati, dal '47 al '52 dalla comunità cattolica di Nomadelfia ed infine dai profughi giuliani e dalmati. Negli anni '70 si aprì il museo del deportato che indusse il Comune di Carpi a richiedere l'acquisto del territorio dall'intendenza di finanza che nel 1984 venne ceduto a titolo gratuito in base ad una legge speciale.

Fin qui la storia, su cui per saperne di più, invitiamo a visitare il sito della Fondazione Fossoli.

La visita è affidata alla efficiente e cortese guida di un volontario della fondazione che spiega passo per passo ciò che si sa e ciò che avvenne in quel luogo, parla di esecuzioni al poligono di tiro a pochi chilometri di distanza di alcuni prigionieri politici prelevati dal campo, per una delle tante rappresaglie contro le azioni dei partigiani, indica con precisione ove erano i baraccamenti degli ebrei e quelli dei prigionieri politici, e alla spicciolata i visitatori si avvicinano, e nel giro di un paio d'ore, dai cinque che eravamo, ci ritroviamo in una ventina ad ascoltare parole che non vorremmo mai aver sentito.
Ci accorgiamo subito dell'assenza di quegli elementi fondamentali dei campi di concentramento: non ci sono garitte, né filo spinato ai lati dei passaggi destinati ai guardiani.
Infatti il continuo adattamento subito dal campo nel corso degli anni li ha eliminati. Restava una sola torretta di guardia in pietra, ma fu convertita a colonna dell'Azienda elettrica fino a qualche anno fa. I viali solcati dai fili spinati sono ora protetti da recinti, alberi sono stati piantati un po' dovunque ed il degrado dell'abbandono hanno fatto il resto. Questo spiega perché il campo di Fossoli è un campo anomalo. Ma dopo pochi passi si avverte il dramma, si percepisce la sofferenza anche se lì la violenza fisica non fu un fatto consueto e continuo, ma quella psicologica e morale sì. Del resto nel campo non si faceva nulla, non c'era un vero e proprio regime carcerario, si restava in attesa di qualcosa di indefinibilmente lugubre.
E mentre l'uomo, con voce dimessa snocciola episodi e drammi, sembra di sentire le voci, vedere figure di uomini con le mani in tasca fuori dalla porta che guardano rassegnati il visitatore, sembra di essere osservati da bambini attaccati alla gonna della madre, sembra di avvertire le voci di madri che chiamano i loro figli, sembra di sentire l'incombente compiersi di una storia, mille volte sentita, e mille volte dimenticata, la storia della ferocia insensata e gratuita della bestia più crudele fra la belve: l'uomo.

Poi una signora sulla cinquantina, con i capelli impomatati e un abbigliamento colorato chiede con un velo di stizza: "...scusi, ma dove sono i forni crematori?" No signora, i forni non c'erano.
In un misto fra delusione ed un pizzico di orgoglio si rivolge al marito grassottello e in calzonetti corti: "Hai visto Piero? Te lo dicevo io che non c'erano!"
No, Piero. Non qui.

cippo alla memoria dei deportati    particolare dei baraccamenti destinati agli ebrei    rovine delle baracche destinate agli ebrei
ingresso

interno del campo

resti del braccio destinato ai prigionieri politici

resti del blocco destinato ai militari di guardia

alloggiamenti destinati ai cittadini di religione ebraica

altre rovine della sezione ebrei

posto di guardia


Torna a inizio pagina

Chiudi questa finestra