"Maggio ad Ayemenem è un mese caldo, meditabondo. Le giornate sono lunghe e umide. Il fiume si ritira e corvi neri si rimpinzano di manghi lucidi sugli alberi verdepolvere, immobili. Maturano le banane rosse. Si spaccano i frutti dell'albero del pane. Mosconi viziosi ronzano vacui nell'aria fruttata. Poi si schiantano contro i vetri delle finestre e muoiono, goffamente inermi sotto il sole."
Questo è l'inizio de "Il dio delle piccole cose", di Arundhati Roy. Non è una semplice lettura, quella che si compie entrando in questo testo, ma un'esperienza di vita indimenticabile: attraverso acute percezioni sensoriali, impariamo a conoscere un mondo dove tutto è diverso, colori, luci, suoni e profumi così intensi da stordire. Voltiamo le spalle al nostro mondo abituale, che ci sembra ad un tratto sbiadito, però entriamo anche in un mondo di angoscianti insicurezze e misteri. L'occhio ingenuo dei protagonisti bambini diviene il paradigma di un universo, in cui convivono il mito e la modernità, il progresso e prepotenze arcaiche; dove "la disperazione personale non poteva mai essere disperata abbastanza" e "niente contava molto" perché "molto contava niente". Tuttavia, nello sguardo della protagonista, non c'è affatto disperazione, ma una specie di ottimismo forzato. Il libro si legge fino alla fine come un giallo: e la scoperta finale non è il trionfo della morte, ma quello dell'amore.
Buona lettura
Marina Raccanelli
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